PRIMO PIANOSTORIE DA RACCONTARE

16 maggio 1976: il Torino conquista il suo ultimo scudetto: da allora soltanto ricordi e illusioni

C’è una data scolpita nel cuore di ogni tifoso granata come un marchio a fuoco. Il 16 maggio 1976, stadio Comunale di Torino, ore diciassette. Fuori dai cancelli, chi non era riuscito ad entrare aspettava in strada (si erano accalcate almeno quindicimila persone senza biglietto), con la radio all’orecchio, i polmoni già pronti a esplodere. Dentro, sessantacinquemila cuori battevano all’unisono sotto le tribune. Prima del calcio d’inizio un enorme lenzuolo bianco con disegnato uno scudetto si alzò in cielo, trascinato da tre grappoli di palloncini granata. La scaramanzia poteva andare a farsi benedire.

Quella domenica il Torino di Gigi Radice affrontava il Cesena nell’ultima giornata del campionato di Serie A. Bastava non perdere. Bastava, ma nel calcio non basta mai finché il triplice fischio non arriva davvero. I granata arrivavano a quell’appuntamento con un solo punto di vantaggio sulla Juventus, dopo una rimonta che aveva dell’incredibile: a febbraio il distacco dai cugini bianconeri era di cinque lunghezze, un abisso che sembrava incolmabile. Poi qualcosa si era rotto nel meccanismo avversario — tre sconfitte consecutive tra marzo e aprile — e il Toro aveva fiutato il momento, allungando la falcata fino ad agganciare e superare la testa della classifica.

Al sedicesimo minuto del secondo tempo Paolino Pulici, il “Puliciclone”, come lo aveva ribattezzato Gianni Brera , trovò il gol del vantaggio. Poi al ventesimo minuto arrivò l’autogol di Mozzini che rimise in parità il risultato. Il Toro era ancora campione: la Juventus quel pomeriggio perdeva 1-0 a Perugia, e al triplice fischio partì una festa che Torino non avrebbe dimenticato per cinquant’anni.

Fu il settimo scudetto della storia granata e il primo vinto dopo la tragedia di Superga, ventisette anni dopo quel maledetto 4 maggio 1949 in cui il Grande Torino aveva cessato di esistere. I tifosi e la squadra salirono insieme fino alla basilica sul colle, a rendere omaggio agli Invincibili: un gesto che valeva più di qualsiasi discorso, il passaggio di testimone tra due generazioni di campioni separate da un abisso di dolore.

L’architetto di quell’impresa aveva un nome solo: Luigi Radice, detto Gigi, brianzolo di nascita e granata nell’anima fin dal primo allenamento. Era arrivato a Torino quasi in sordina, reduce da un’amara avventura a Cagliari, con la reputazione di tecnico innovatore ma senza il pedigree dei grandi nomi. Portava con sé un’idea di calcio moderna, fatta di pressing a tutto campo e zona mista, che in Italia era ancora una novità. I suoi giocatori impararono a correre tutti nella stessa direzione, a coprire gli spazi, a non concedere mai.

E che giocatori. In porta Luciano Castellini, che in quella stagione stabilì un record di 517 minuti senza subire gol. In difesa una linea solida e ordinata, con Roberto Salvadori e Nello Santin. A centrocampo il motorino instancabile Renato Zaccarelli, l’intelligenza di Eraldo Pecci — romagnolo taciturno destinato a diventare un volto popolare della televisione italiana — e soprattutto lui, Claudio Sala, il capitano. Lo chiamavano “il Poeta” per il modo in cui trattava il pallone: il suo estro fu uno dei fattori decisivi della conquista del titolo, insieme alla qualità dei lanci che innescavano la coppia d’attacco. Due i Sala in rosa, ma nessun legame di parentela: accanto a Claudio c’era Patrizio, diverso per caratteristiche ma ugualmente prezioso nell’economia del sistema di Radice.

Davanti, la coppia che ha fatto sognare Torino per anni: Francesco Graziani e Paolino Pulici. “Ciccio” Graziani era l’attaccante di movimento, rapido, imprevedibile, capace di aprire gli spazi con il suo continuo scambio di posizione. Pulici era il bomber puro, l’uomo dell’area di rigore, quello che sapeva sempre dove sarebbe caduto il pallone prima che cadesse. Quell’anno segnò 21 reti, conquistando per la seconda volta consecutiva il titolo di capocannoniere della Serie A. Erano così diversi, i due, e così complementari: uno il fuoco, l’altro la freddezza. Insieme erano devastanti.

Cinquant’anni dopo, quella squadra è ancora viva nella memoria di chi c’era e in quella di chi ha imparato a conoscerla attraverso i racconti di padri e nonni. Il Torino non ha più vinto lo scudetto da allora. Sette titoli in bacheca, l’ultimo mezzo secolo fa: un numero che pesa come un macigno e come una promessa insieme. Il calcio è fatto anche di attese, e l’attesa granata dura da cinquant’anni. Ma certi anniversari non si commemorano con la malinconia: si celebrano con l’orgoglio di chi sa di appartenere a una storia più grande del presente.

Quel pomeriggio del 16 maggio 1976, Gigi Radice uscì dal campo visibilmente arrabbiato perché — disse — “non si può pareggiare così.” Aveva appena vinto lo scudetto e si lamentava di un pareggio. Forse è questo il segreto dei grandi allenatori e dei grandi club: non accontentarsi mai, nemmeno quando si è campioni d’Italia.

Piero Abrate

Piero Abrate

Giornalista professionista, è direttore di Storie Piemontesi. In passato ha lavorato per quasi 20 anni nelle redazioni di Stampa Sera e La Stampa, dirigendo successivamente un mensile nazionale di auto e il quotidiano locale Torino Sera. E’ stato docente di giornalismo all’Università popolare di Torino e direttore del portale regionale di informazioni Piemonte Top News.

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