
A Rima la processione in costume tradizionale Walser per la festa dell’Assunta
Il 15 agosto a Rima (Arimmu o Ind Rimmu nella lingua dei Walser), nell’alta valle del torrente Sermenza, affluente della Sesia, si è celebrata la festa dell’Assunta, come da antica consuetudine, con la processione in costume tradizionale Walser.

Il paese di Rima San Giuseppe, derivato dall’aggregazione amministrativa degli insediamenti di Rima e di San Giuseppe (1835), è stato un comune autonomo dell’area valsesiana fino al 2018 quando si fuse con Rimasco per formare la nuova entità comunale denominata “Alto Sermenza“.
L’abitato di Rima, che oggi conta poco più di cinquanta residenti fissi, affonda le proprie origini nel periodo delle leggendarie migrazioni Walser, etnonimo derivante dalla contrazione di Walliser, abitante del Vallese, territorio oggi svizzero nel quale queste popolazioni di ceppo germanico, ritenute discendenti degli Alemanni, s’erano insediate tra il X e l’XI secolo.
Dalla testata della Valle del Rodano e, in particolare, dall’altopiano vallesano del Goms, a 1500 metri d’altitudine, dove si erano in prevalenza stabilite, queste genti germaniche a partire dal tardo XII secolo raggiunsero, in piccoli gruppi, tutto il Vallese, e da qui diedero vita alla “diaspora” Walser, fondando colonie sempre a quote elevate, in genere oltre i 1000 metri d’altitudine, in un raggio territoriale molto vasto, fino al Voralberg austriaco e alla Baviera, espandendosi anche verso l’Oberland bernese, i Grigioni, il Canton Ticino (Bosco Gurin) e, ad est, nell’alta Savoia (Vallorcine).

Vivendo in fattorie isolate e villaggi situati alle alte quote, i Walser svilupparono le abilità necessarie per sopravvivere in alta montagna, imparando a sfruttare i terreni magri e impervi e a convivere con le difficoltà tipiche di un ambiente ostile. Nella prima metà del XIII secolo, i Walser dell’alta valle del Rodano, ormai ben conosciuti per la loro capacità di rendere produttivi i terreni d’alta quota, iniziarono a spostarsi nel versante sud delle Alpi, stanziandosi in comunità via via più numerose alla testata delle valli dell’alto Piemonte, dove la colonia più antica è quella di Formazza/Pomatt, e in alcune valli laterali della Valle d’Aosta.
Contrariamente a quanto si riteneva in origine, recenti studi hanno appurato che furono soprattutto enti religiosi ed ecclesiastici, in particolare i monasteri, in veste di proprietari di vasti appezzamenti e pascoli in alta montagna, a chiamare i Walser affinché, sulla base di contratti di affitto ereditario e perpetuo secondo le norme del “diritto dei coloni”, mettessero a frutto i terreni d’alta quota, che essi erano perfettamente in grado di far rendere.

Le vie del paese di Rima, fondato nel XIV secolo da genti Walser provenienti da Alagna, conservano memoria dell’antica colonizzazione Walser nelle tipiche architetture di influenza germanica, che accostano alla pietra l’uso prevalente del legno, ma, addentrandosi nell’abitato, risaltano alcuni edifici di grande eleganza e raffinatezza nei decori esterni, testimonianza del benessere raggiunto dai rimesi in particolare nella seconda metà dell’Ottocento.
In questo periodo, grazie ai segreti del “marmo artificiale” – una tecnica di imitazione del marmo elaborata dagli artigiani del luogo -, gli abitanti di questo villaggio valsesiano fecero fortuna lavorando per le corti di tutta Europa e per gli Zar dell’Impero Russo, eseguendo decorazioni per palazzi, chiese, alberghi, teatri, e fondando, in qualche caso, vere e proprie dinastie imprenditoriali in grado di tessere una fitta trama di rapporti a livello europeo.

Personaggio illustre nativo di Rima è lo scultore e pittore Pietro Della Vedova (1831-1898), allievo di Vincenzo Vela, che volle farsi costruire una Casa-museo nel paese natale, dove fece trasportare, con l’intento di esporli al pubblico, circa duecento gessi provenienti da suo atelier torinese. Nacque così il Museo-Gipsoteca “Pietro Della Vedova” che si articola in due ariosi ambienti, dotati di ampi finestroni che inondano le sale di luce, come fosse un laboratorio di scultura, e con le opere che appaiono disposte sia sul pavimento, sia sulle pareti, sostenute da mensole.
La collezione comprende un buon numero di bozzetti, busti, rilievi e calchi in terracotta e in gesso rappresentativi della produzione artistica del Della Vedova, che si specializzò nella statuaria funebre e celebrativa.

Come si legge sul sito internet del Centro Studi e Cultura Walser, carattere peculiare di queste popolazioni alpine è sempre stato rappresentato da un profondo e sincero sentimento religioso cristiano, che scandiva ogni fase dell’esistenza e non esitava a manifestarsi nei diversi momenti della giornata.
Ne sono testimonianza le numerose processioni “in onore del Santissimo Sacramento, della Santa Trinità, della Madonna, di San Giovanni, per chiedere la protezione di Dio sugli uomini, sul bestiame e sui raccolti“, ma anche i frequenti pellegrinaggi compiuti dalle comunità Walser ai santuari valdostani e piemontesi, tra cui Oropa nel biellese, e in particolare al santuario di Einsiedeln, nel cantone svizzero di Schwyz, dove le giovani coppie solevano recarsi per chiedere la benedizione della Madonna Nera, venerata in questo luogo, sulla nuova famiglia e la futura prole.
I Walser erano molto legati al culto di San Nicola e di San Teodulo (o Teodoro II, che fu primo vescovo della diocesi vallesana di Sion), ma, mentre la devozione verso questi santi si è conservata viva nei Walser cattolici d’oltralpe, nelle colonie piemontesi e valdostane si è andata affievolendo nel corso dei secoli.

Tra gli elementi che caratterizzano la cultura Walser, vi è il costume tradizionale, che ancora oggi viene mantenuto, nelle occasioni di festa e nei momenti di aggregazione comunitaria e religiosa, come “segno esterno di identità e appartenenza“. In particolare, il costume femminile di Rima, che possiamo ammirare nelle foto, è mutato notevolmente nei vari periodi storici, prima di assumere la conformazione attuale, modernizzata e adeguata al gusto odierno.
Non esistono, purtroppo, fonti iconografiche o testimonianze scritte che consentano di ricostruirne l’aspetto originario. Le prime attestazioni utili ci vengono dai numerosi ex voto religiosi che comparvero già nel corso del Seicento e che forniscono informazioni importanti sugli usi della comunità e del vestire femminile.
Dei due abiti in uso un tempo – quello da lavoro e quello della festa – sopravvive solo il secondo, il costume delle grandi occasioni, mentre “si perdono i copricapo e le
acconciature che non incontrano più il gusto corrente“. Anche le varianti cromatiche della veste, che avevano la funzione di segnalare il differente stato
civile della donna, non sono più in uso, ma rimane solo il blu, il colore delle giovani nubili. Per la descrizione completa del costume femminile di Rima, rimandiamo al sito internet della Pro Loco.

Tutte le foto pubblicate sono di Alessandro Massobrio



