Amarcord di Mino Rosso sui primi anni del dopoguerra a Torino
In questo articolo, lo scrittore-artista Mino Rosso segue una linea di scrittura intrapresa da anni: quella di non utilizzare le maiuscole e gli a capo. Una scelta che rispettiamo, anche se comprendiamo che non tutti i lettori saranno pronti a condividerla.
primi anni del dopoguerra. ci si lascia alle spalle la fame del paese dove si era sfollati e si rientra in città. torino, zona pòrta pila (porta palazzo per chi arrivava da fuori). via sant’agostino angolo via franco bonelli. c’è chi dice che al numero 2 abitasse piero pantoni, il boia di torino. non lo sapevo. non sapevo se fosse vero. ma non avevo motivo per non credere a quella leggenda che potrebbe essere contemporanea. e radicata. allo stesso modo di quella della nascita, qui, del pancarré. gesto di sprezzo nei suoi confronti. non sapevo nemmeno che il boia avesse un banco riservato in chiesa. quella di sant’agostino. che io frequentavo. non sapevo allora di vivere in uno spazio di grande interesse culturale. sapevo invece di abitare in un alloggio senza un servizio decoroso. era essenziale. poco più di una tazza alla turca. niente lavandino. c’era quello della cucina per riempire una vecchia grande brocca. sostituiva la vaschetta. in alcuni punti lo smalto era saltato, ma non dava fastidio. era come se ci fosse qualche scarafaggio in più. e nonostante l’abbondante ddt lungo le fessure del pavimento. non c’era la vasca da bagno, è vero. ma c’era una grande bacinella zincata. era all’ultimo piano di uno stabile architettonicamente interessante in un’area degradata da dopoguerra. a piano terra un albergo con alcune stanze al primo piano. venivano affittate a ore. l’alloggio era grande. così grande da poter essere condiviso in modo indipendente. lo si coabitava con una anziana coppia. lei una delle storiche sartine di torino. tagliava, cuciva e rifiniva un elegante gilè da uomo, con tasche e su misura, in un solo giorno. questo era il suo quotidiano lavoro che le sartorie della torino ricca le commissionavano conoscendo la sua abilità. lui un funzionario dello stato, ormai in pensione. aveva lavorato in Inghilterra dove aveva imparato a non rinunciare al classico tè delle cinque e, qualche volta (al primo giorno del trimestre di pagamento della pensione), a bere un sorso (o più) di whisky. ma soprattutto, questo lo aveva imparato davvero benissimo, a fumare il sigaro. io il fumo lo sopportavo con una certa benevolenza legata, probabilmente, al fatto che ogni confezione di sigari aveva una figurina da collezionare che regolarmente mi regalava. ne ho due album. erano pubblici concubini. per evitare la perdita della pensione. ma persino la chiesa sulla questione chiudeva un occhio e li accettavano così com’erano. forse per carità cristiana. riprendere a vivere dopo la guerra non era delle cose più semplici da mettere in atto. sì, non sapevo di abitare in una zona della città dove anche la cultura stava cercando di rifiorire. rinascita alla quale non poteva non contribuire il cinema. a porta palazzo o, meglio, nel quadrilatero romano hanno girato alcune importanti scene del film persiane chiuse. venivano girate nella trattoria tre galline. si diceva con raf vallone. non era vero. l’attore principale non era lui. ma questo non escludeva la sua presenza nel gran viavai davanti a casa nostra che per diversi giorni potevamo vedere dal nostro piccolo balcone. quella era l’unica zona libera dell’intero isolato bombardato. era compresa tra le strette vie sant’agostino, bonelli, bellezia e santa chiara. uno spazio ideale, se non occupato da carretti, carrettini e persino qualche auto, in sosta davanti al basso fabbricato dell’autorimessa, per tirare quattro calci ad un pallone. e questo avveniva nonostante l’ingombrante presenza della carovana cinematografica. occupava maggiormente lo slargo che si trova prima della piazza emanuele filiberto. così anche in quei giorni, invasi dal cinema, si poteva giocare. come sempre improvvisati portieri davanti a immaginarie porte cercavano di salvare dal goal la propria squadra e le vetrine della via santa chiara, la perpendicolare sulla quale si affacciavano la panetteria, il negozio di commestibili e la vendita vini. era salva, invece, l’edicola più verso via milano. ma prima di via bellezia. sull’altro lato la barriera era più sicura perché garantita dal posteggio dei furgoni della troupe. nessun problema, o quasi, sul lato della via sant’agostino. le vetrine del numero 23 (nell’ordine (1950) da via franco bonelli a via santa chiara: albergo, calzolaio, alimentari, tessuti-merceria e panetteria) erano più al sicuro essendo le porte a loro ortogonali. vabbè. sta di fatto che un giorno abbiamo visto giocare tra i soliti gagnu uno che più giovane non era. poteva avere una trentina di anni, e forse più. nessuno era in grado di marcarlo. dribblava tutti. uno spettacolo. da stadio. c’è chi diceva fosse un calciatore per davvero. raf vallone. raccontavamo a papà dell’imprevisto giocatore in strada. per lui, che un po’ di calcio se ne intendeva (tifoso del toro, allenatore della squadra ragazzi dell’oratorio con una presumibile preparazione da selezione
reader’s digest e incauto giocatore alla sisal con un sistema a due colonne. per via del costo), era possibile. in fondo raf aveva in torino la città della sua formazione e, appeso gli scarpini al classico chiodo e chiuso con l’attività giornalistica, aveva intrapreso la carriera da attore. vabbè. nella vita di ogni giorno lungo quelle vie le prostitute andavano e venivano a tutte le ore. dopo un po’ ci si abituava. anche se si era cattolici rigorosi. nei giorni di festa (quelli riportati nel calendario), dopo la messa si girava per le vie lì attorno, si faceva un salto nella piazza del mercato. vuota, cioè nessuna bancarella, solo qualche gruppetto di residenti locali che assistevano agli spettacoli che campava con l’elemosina degli spettatori. maciste, coricato per terra, si faceva spaccare una lastra di pietra posata sul torace con una mazza da cantiere: il più grande saltatore dell’italia con una gamba sola (l’altra gliela avevano amputata in guerra), saltava una corda tenuta sopra la testa da due del pubblico. questo atleta si beveva sino in fondo i soldi del suo inventato mestiere nell’osteria di via sant’agostino quasi all’angolo con la via garibaldi. morì nel giro di pochi anni. alcolizzato. che è sempre meglio della fine che avevo fatto il gommista sotto casa. quello che non si stancava mai di rattoppare la camera d’aria del nostro pallone in cuoio trovato per caso e per strada. un giorno uscendo per andare a scuola lo abbiamo trovato morto nel suo negozio dove viveva, suicida con il gas. in piazza c’era poi anche, ma solo a volte, una ballerina di danza del ventre. veniva presentata come importante perché aveva ballato persino al cinema-teatro alcione. non so se fosse vero. io in quel locale c’ero stato una sola volta. mi ci aveva portato un mio zio che. credo, conoscesse qualcuno alla cassa per farmi entrare. mi portò dopo la promessa di tenere gli occhi chiusi quando c’erano sul palco le ballerine. per non commettere atti impuri. non ho visto molto. l’infantile curiosità era riservata, profumato calendarietto del barbiere dalle tradizionali allora indecenze alla boccassile. un quasi omaggio ad ogni fine anno dietro libero corrispettivo di qualche lira. faceva bella mostra in un elegante sottopiatto in finto cristallo tra sgualcite riviste sul tavolino d’attesa. sotto il curioso orologio che sembrava girare al contrario sino a quando ci si sedeva. ma questo accadeva però raramente. dal barbiere a tagliarsi i capelli ci si andava una volta all’anno. sotto le feste appunto. le ristrettezze economiche imponevano un taglio casalingo. nella soffitta sopra noi abitava una zitella non più giovane ma ancora piacente. portava i tacchi alti e aveva le calze di nylon che, quando tirate su, mostravano le tante smagliature. labbra e unghie pitturate. insomma, meno trasandata, e con qualche kg in più, avrebbe potuto essere una delle pagine del calendarietto. così com’era la evitavano tutti come fosse ammalata. era lesbica. ma non lo si diceva in giro. anche perché non si sapeva bene cosa volesse dire quella parola. non era molto usata. viveva da sola. soffriva di attacchi isterici. di tanto in tanto, di notte, rompeva tutto quanto le capitava sottomano urlando e sbattendo di qua e di là. il giorno dopo ne portava su di sé i segni. ferite e lividi che il trucco, anche se pesante, non copriva. bene. quasi. alla sera si rientrava presto. lo spettacolo, agli angoli delle viuzze, non era interessante. avevamo dovuto impararlo a memoria. continue litigate tra vecchie prostitute in disarmo e clienti ubriachi. così si tornava a casa. non che la situazione fosse diversa. si viveva in una di quelle case che una volta si chiamavano chiuse, ma almeno si è riparati dai muri. poi, essendo presto, si riesciva a vedere per terra: la strada ci aveva insegnato a girare attorno al vomito su marciapiedi, non per l’odore (a quello ci si era abituati da tempo), ma per non inzuppare la cartolina che ripiegata chiudeva il buco della suola. ma a casa ci si ritornava. intanto mamma passava i suoi anni tra un ospedale e l’altro. e quando ritornava noi potevamo vederla solo dietro una porta con il vetro. era affetta da una forma di tubercolosi ossea che allora si riteneva potesse contagiare. però le cose stavano migliorando anche per lei. dopo 5 anni di letto, immobile, in una ingessatura dai piedi alla testa, si passa ad un busto in alluminio con rinforzi in acciaio. pare lontano il tempo di quando bambini si cercava di sollevare la mamma dal fastidioso prurito con un ferro da calze infilato in un buco nel gesso. o veniva trasporta all’ospedale al pedaggio di gassino, sempre nel gesso, distesa su un carro che serviva per trasportare il letame. dicono che non potrà più chinarsi e piegare la gamba destra. quindi sedersi normalmente. e così sarà. ma questo non pareva essere un problema per chi aveva già ricevuto l’estrema unzione. lo era invece l’irragionevole paura dei fulmini durante i temporali. era legata al nuovo busto in metallo. nessuno è perfetto. comunque ci si poteva ritenere fortunati: papà era stato assunto alla stipel (l’allora compagnia telefonica) e, in fondo, un tetto sopra la testa lo avevamo. così a volte ripenso a quegli anni così distanti, e in parte rimossi. a volte mi capita di sentire parlare dell’indecente vuoto di valori in cui vivono i giovani di oggi. confesso di non essermi mai reso conto di aver vissuto in un tempo bello da morire.



