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Caino sotto la Mole: quando il crimine racconta la storia di una città

In uscita il 27 giugno su Amazon e a settembre nelle librerie il nuovo libro di Piero Abrate, “Banditi a Torino” (Ipogeo Edizioni). Un viaggio accurato e privo di nostalgie tra le crepe sociali, le metamorfosi industriali e le zone d’ombra di una metropoli che ha fatto del rigore la sua bandiera, nascondendo i propri fantasmi. La prefazione è di Massimo Centini.

C’è una narrazione rassicurante che Torino ha cucito addosso a se stessa per generazioni, un abito di panno sabaudo fatto di compostezza, misura, etica del lavoro ordinato e geometrie sfolgoranti di portici. È l’immagine della città-laboratorio, della capitale dell’auto, del motore immobile dell’industrializzazione italiana. Ma ogni tessitura urbana perfetta nasconde un rovescio, una trama invisibile e violenta che si muove sotto il selciato, nelle periferie nate troppo in fretta, nelle brughiere della provincia o tra i banconi delle piole di Barriera di Milano.

A sollevare il velo su questo monumentale palinsesto d’ombre è il giornalista e storico Piero Abrate nel suo nuovo volume, “Banditi a Torino: storie criminali da inizi Novecento a oggi”, edito da Ipogeo Edizioni (Torino, 185 pagine, 15 euro). Il testo è disponibile in anteprima su Amazon, sia in formato Kindle, sia in formato cartaceo, mentre a settembre approderà  anche sugli scaffali delle librerie.

Abrate, classe 1955, laureato in Scienze Politiche e profondo conoscitore delle dinamiche territoriali piemontesi, alle quali ha già dedicato lavori di rilievo come Il Piemonte del crimine (2005), Storie assassine (2016) e Piemonte da gustare (2023), mette a frutto la sua ventennale esperienza nelle redazioni di Stampa Sera e La Stampa, oltre alle direzioni di Torino Sera e La Nuova. Il risultato non è la solita antologia di cronaca nera ad effetto, né un comunicato stampa travestito da saggio, ma un’opera di spessore che usa il delitto come un sismografo sociale.

Come spiega lo stesso autore nell’introduzione del volume, il fuoco della ricerca non punta alla morbosità: «Questo lavoro nasce dalla volontà di entrare in quelle zone d’ombra senza compiacimento e senza nostalgia, con la convinzione che il crimine, osservato attraverso una lente storica e sociale, smetta di essere soltanto una sequenza di reati e diventi un segnale. Distorto, feroce, spesso tragico, ma capace di rivelare tensioni che attraversano un territorio e che la cronaca, da sola, non sempre riesce a spiegare».

Il saggio si articola seguendo le mutazioni antropologiche del Piemonte e del suo capoluogo. Si parte dagli albori del Novecento, un’epoca in cui il banditismo ha i tratti arcaici e rurali della sopravvivenza contadina contro uno Stato percepito come lontano e invasore. È qui che incontriamo Francesco Demichelis, detto “Il Biondin”, l’ultimo brigante romantico che beffava le misurazioni della criminologia positivista di Cesare Lombroso. Se il più celebre fuorilegge del Nord non mostrava i tratti somatici del “delinquente nato”, significava che il crimine andava cercato altrove: nelle relazioni spezzate tra l’individuo e il proprio tempo.

Con il boom industriale e le ondate migratorie degli anni Cinquanta e Sessanta, Torino cambia pelle di colpo: trecentomila abitanti in dieci anni, quartieri che sorgono prima delle fogne e dei servizi, lo sradicamento fordista della Fiat che promette integrazione ma produce margini invalicabili. In questi vuoti relazionali, il crimine si fa urbano e si standardizza, assorbendo la fredda efficienza delle macchine utensili.

Nascono le grandi epopee nere della seconda metà del secolo: la ferocia della strage di Villarbasse nel novembre del 1945 (spartiacque che infranse l’illusione di una ritrovata innocenza post-bellica) e l’irruzione della Banda Cavallero, nata proprio nelle piole operaie di periferia, espressione violenta e rancorosa di quel benessere soltanto sfiorato e mai davvero assorbito. Sfilano poi le stagioni dei fratelli Spadavecchia e le gesta di Pancrazio Chiruzzi, il “solista del Kalashnikov” che rivendicava un paradosso quasi filosofico: «La rapina è un’arte: essere bravi significa soprattutto non essere violenti».

La seconda parte del volume affronta il territorio più scivoloso e doloroso: la violenza politica e il terrorismo. Dallo squadrismo fascista del 1922 che trucidò Pietro Ferrero, fino alle spietate esecuzioni delle Brigate Rosse, come il drammatico assalto al Banco di Napoli di via Domodossola nel 1982, in cui due giovani guardie giurate vennero freddate a terra a colpi di nuca solo per fare da macabro megafono a un volantino di propaganda. Una violenza che, come nota Abrate, si travestiva da missione storica ma distruggeva vite ordinarie. Fino ad arrivare al declino del modello fordista e alla criminalità liquida dei giorni nostri: lo scandalo del vino al metanolo, l’assurdità del sasso dal cavalcavia della Cavallosa, la ricettazione dell’oro della Torino-bene pesato sulle bilance dei quartieri nord e la solitudine digitale delle baby gang delle periferie contemporanee, dove la violenza diventa contenuto da condividere per colmare un deficit cronico di inclusione.

Nella prefazione al saggio, l’antropologo e scrittore Massimo Centini mette in guardia il lettore dalla perdita di sensibilità contemporanea, figlia di un bombardamento mediatico che ha normalizzato l’orrore ordinario:  «Oggi è più difficile comprendere, perché la polverizzazione della colpa e in certi casi il suo spostamento sulla società e l’ambiente, complica l’interpretazione dei fatti. […] Guardando cifre e modus operandi che ci propone la statistica ci rendiamo conto che la separazione tra Caino e Abele oggi non è più nitida come una volta».

Piero Abrate, Banditi a Torino: storie criminali da inizi Novecento a oggi, Ipogeo Edizioni, Torino, 2026, pg. 188, 15 euro (7 euro in versione Kindle).

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