
I cani nei proverbi e nei modi di dire della Lingua piemontese
Curiosità, giochi di parole e incomprensioni
Se il cane è tra gli amici dell’uomo quello più fedele, forse si spiega perché il vocabolo “cane” ricorra così frequentemente nei discorsi umani, a partire dai proverbi che sono la quintessenza della saggezza popolare.
Ma c’è anche chi derubrica l’affetto che i cani in genere dimostrano nei confronti dei loro padroni ad una sorta di banale riconoscenza per il nutrimento che l’uomo garantisce ai suoi quadrupedi domestici, esentandoli dal non semplice ruolo di cacciatori e di predatori di cibo, ed è pronto ad affermare che: “Nen për ti ma për ël pan a bogia la coa ‘l can” (ovvero: Non per te ma per il pane, muove la coda il cane). Affermazione spiazzante.
Oppure c’è chi sostiene, non del tutto a torto, che l’alimentazione canina deve differire da quella umana, non solo nella presentazione (il cibo ai cani va offerto in una gamella, e non in un piatto di porcellana bordato in oro, come se fosse una portata per palati da gourmet, con sofisticate guarnizioni di contorno come se si trattasse di un cabaret di vitel tonné), ma pure nella sostanza: i cani devono mangiare da cani; al più gli si possono proporre avanzi di cibo non consumato e pane duro nella zuppa. Già, ma esistono ancora cani che mangiano quelle zuppe a base di rimasugli di pasta di foggia diversa, di frattaglie di carne e verdure un po’ appassite e “pan arsetà” che un tempo venivano loro somministrate regolarmente e da loro stessi consumate con voracità? Temo di no. Oggi tutto ruota intorno alle crocchette, propinate loro in decine di varianti, tanto per non fargliele prendere troppo in uggia.
In tema di alimentazione canina sopravvivono alcuni proverbi, come questo: “Pan e nos, mangé da spos; nos e pan mangé da can” (ovvero: Pane e noci, cibo da sposi; noci e pane, cibo da cani), per dire che lo stesso cibo, a seconda dei contesti e dell’approccio con il quale viene propinato e assunto, al solo spostamento dell’ordine dei suoi ingredienti, può rivelarsi come un piatto prelibato, oppure come un banale cibo da cani, nel senso più negativo del termine.
Sui cani, i proverbi, i modi di dire e i giochi di parole della lingua piemontese sono davvero moltissimi e variegati: alcuni davvero originali, e non hanno riscontro né in italiano né in altre lingue regionali.

Ricordo qui le espressioni “can da trìfole” (ovvero: taboj, cane da tartufi), per indicare un soggetto (non necessariamente un cane) dal fiuto molto raffinato, o dall’acume spiccato, ad esempio per la sua innata capacità di intuire la soluzione di un giallo, oppure perché è dotato di un naturale e marcato intuito per gli affari; e “can da pajé” (cane da pagliaio), per indicare un soggetto scontroso, un orso, che ama vivere isolato, appartato, senza curarsi dell’igiene, proprio come certi cani da pagliaio.



I cani possono poi diventare un pretesto per elargire dei consigli: “Chi a goerna për doman a goerna për ël can” (ovvero: Chi eccede nel risparmiare, privandosi oltre misura di ogni soddisfazione, finisce per lasciare i suoi risparmi al proprio cane, qualora dovesse morire prima di lui).
Oppure, i cani possono essere assunti a paragone per la lunghezza dei loro passi: “Da Santa Lussìa a Natal ij di a së slongo a cit passèt ëd can” (ovvero: Dopo Santa Lucia, le giornate cominciano ad allungarsi, sia pur a passetti di cane). Oppure, a misura di temperature particolarmente rigide: “A fà na frèid da can!” (ovvero: Fa un freddo cane!”), nel senso che il mercurio del termometro è sceso così in basso che ai cani (come a tanti altri animali, del resto) non è più sufficiente nemmeno il pelo che la Natura ha loro fornito per ripararsi dal freddo.
Per concludere, voglio ricordare ancora un curioso e divertente gioco di parole, sempre legato al tema dei cani: quando intendiamo spiegare a qualcuno le motivazioni di una nostra azione, o di un nostro comportamento, ma abbiamo la sensazione che costui non ci comprenda appieno, potremmo ricorrere, in un tono più o meno drammatico, a quest’espressione: “Ch’an capissa!”. Ma se costui replicasse con un “Can ch’a pissa, o can capissa nen!”, delle due l’una: o quel tipo ci sta prendendo in giro facendosi beffe di noi, oppure è decisamente uno sprovveduto, e con lui è meglio desistere.
Sergio Donna
26 Marzo 2026

Nota: le espressioni e i proverbi riportati in questo articolo, sono tratti dall’ “Armanach Piemontèis” di Monginevro Cultura e/o dal libro “Parlé Piemontèis | Parlare piemontese, Detti, Motti, Modi di dire & Curiosità della Lingua Subalpina”, a cura di Sergio Donna, Inspire Communication-Gemini Print.
Per info: segreteria@monginevrocultura.net



