
I vari significati del termine “berta” nelle frasi idiomatiche della Lingua piemontese
Da “quand che Berta a filava”, a “buté la berta an sach” e “butesse quaicòs an berta”
Come succede per tutte le lingue, anche in Piemontese esistono termini che possono avere significati diversi, a seconda del contesto in cui vengono utilizzati. Uno di questi è “berta”. Intanto, se lo si usa con la B maiuscola, Berta è un nome proprio femminile, e precisamente il diminutivo di Alberta. Notorio è il modo di dire: “ai temp che Berta a filava” per indicare un’epoca lontana, spesso atavica, talvolta idilliaca e idealizzata, ma non sempre necessariamente felice, più spesso difficile e dura, com’era quella dei tempi primordiali della storia.
In piemontese la “berta” è, in primis, la gazza, uccello detto anche ‘pica’, dal piumaggio bianco e nero, da molti anche chiamato “gazza ladra”, rendendo inconsciamente omaggio a Gioachino Rossini e alla sua omonima opera semiseria, su libretto di Giovanni Gherardini. Il soggetto dell’opera fu tratto dal dramma La Pie [gazza in francese, ndr] voleuse ou La Servante de Palaiseau di Théodore Badouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez. La gazza, ovvero la berta, è un uccello canterino, che a detta di qualcuno, sa anche imitare la voce umana, e talvolta lo farebbe pure in modo petulante.
Forse per questo la “berta”, in un piemontese di registro familiare e gergale, ma sicuramente molto colorito e ad effetto, è anche la lingua: Buté la berta an sach, ovvero rinchiudere la gazza in un sacco, significa letteralmente mettere a tacere quell’uccello quando diventa troppo noioso. L’espressione si usa metaforicamente per indicare che in certe circostanze, per evitare il peggio o per motivi puramente diplomatici, ci si è astenuti dal parlare, ci si è cioè autocensurati. Oppure quando ce l’hanno imposto e siamo stati bruscamente zittiti da qualcuno, e volenti o nolenti, ci siamo tenuti la lingua (la nostra “berta”) nel suo “sacco” naturale: la bocca.
C’è un altro significato per la parola “berta”, intesa come tasca o saccoccia: il termine è usato con un registro e in un contesto ancora prevalentemente familiare, ad esempio quando diciamo: son butame an berta la resta. Il significato va da sé: mi sono messo in tasca il resto (della spesa).
Butesse quaicòs an berta può però riferirsi ad un gesto alquanto clandestino, quando viene usato nei confronti di chi, di soppiatto o illegalmente, ha sottratto qualcosa che non era suo, e allora qui si entra in un contesto più malavitoso e si entra decisamente nel linguaggio gergale.



Ma per i Piemontesi doc (oggi si devono cercare con il lanternino, ma ce ne sono ancora abbastanza), il gesto di mettersi qualcosa “in berta” può essere anche soltanto un gesto simbolico, legittimo, assolutamente bonario: ci si può mettere “in berta” una promozione, un aumento di stipendio, una vittoria morale, un successo anche solo parziale, come quando ci si aggiudica una mano a tressette, o un set tennistico. In tal caso il significato è simile a quello dell’espressione: Porté dël fen an cassin-a (ovvero: portar del fieno in cascina).
Fascino, magia, incanto delle lingue regionali e del Piemontese in particolare.
Sergio Donna

Bibliografia: Articoli come questo sono contenuti nel volume Parlé piemontèis | Parlare piemontese, Detti, Motti, Modi di dire & Curiosità della Lingua subalpina, Sergio Donna, 2025, Ël Torèt-Monginevro Cultura | Inspire Communication. Per info: segreteria@monginevrocultura.net



