
Il doppio-corpo di Pietro Piffetti alla Fondazione Accorsi-Ometto
Capolavoro del tardo barocco piemontese, è considerato dalla critica internazionale “il mobile più bello del mondo”.
Nel percorso di visita del Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, in via Po a Torino, c’è un ambiente denominato “Salone Piffetti” che prende il nome dal celebre ebanista torinese Pietro Piffetti (1701-1777).
La sala ospita, infatti, un leggio collocato su una scrivania da centro e uno splendido mobile doppio-corpo, capolavoro indiscusso del tardo barocco piemontese, entrambi realizzati dal maestro ebanista, che lavorò per Casa Savoia intrattenendo un rapporto professionale, ma anche di stima reciproca, con re Carlo Emanuele III, sostenitore delle arti e della cultura, nonché suo ammiratore.

Le creazioni di Piffetti, che nel 1731 fu nominato con patente regia primo ebanista della Corte Sabauda, si distinguono per la straordinaria qualità artistica, impreziosita da intarsi in avorio, madreperla, tartaruga e legni pregiati.
Il doppio-corpo appartenente alla Fondazione, in particolare, è considerato dalla critica internazionale “il mobile più bello del mondo”. Firmato e datato, come recita la scritta posta al centro della ribalta (“Petrus Piffetti Inve./ fecit et sculpsit/ Taurini 1738”), il mobile è fabbricato in legno di noce rivestito con legni di palissandro e bosso, tartaruga e placche di avorio inciso, e presenta decorazioni in legno dorato e intagliato e bronzo dorato. La firma, una delle poche lasciate per esteso dal maestro, reca la forma verbale “sculpsit” nel significato di “incise” e questo vuol dire che Piffetti, oltre a ideare e realizzare il mobile nel suo complesso, si occupò personalmente di incidere gli avori.
Le eleganti e fastose forme del doppio-corpo, mistilinee, lastronate (la lastronatura è una tecnica utilizzata per rivestire la struttura dei mobili con lastre di essenze pregiate) e arricchite da intarsi in avorio e tartaruga, appaiono decorate da scene tratte da celebri incisioni del Cinquecento e Seicento.
Fra queste decorazioni, risalta, nel medaglione centrale, una scena di sacrificio al cospetto di una Regina, dei soldati e della sua corte, con particolari da stampe di Raffaello Sanzio e del pittore veneziano cinquecentesco Battista Franco; le immagini dei Quattro Continenti allora conosciuti (l’Asia, rappresentata da una figura femminile seduta su di un dromedario, con in mano piante aromatiche e incenso; l’America, con un copricapo piumato, recante in mano arco e frecce; l’Europa, seduta su di un cavallo, con una tiara papale e una cornucopia a simboleggiare ricchezza e abbondanza; l’Africa, rappresentata da una donna con carnagione scura e un leone ai suoi piedi); poi ancora le Nozze di Alessandro Magno davanti a una statua di Apollo citaredo, e la Diana dormiente accanto a una ninfa e ai suoi cani, un collage di immagini tratte da una serie di incisioni ispirate agli affreschi realizzati dal pittore e architetto barocco Pietro da Cortona per le sale di Venere e di Giove di Palazzo Pitti.
Gli studiosi ritengono che il grandioso mobile sia stato commissionato per un matrimonio, come si evince non solo dalla frase “perpetuum nodis”, celebre locuzione latina legata all’iconografia matrimoniale, ma anche da una serie di richiami simbolici, tra i quali lo svettante Cupido armato di arco e frecce, o da scene significative, tra cui quella già citata delle nozze di Alessandro Magno con Rossana.
Già di proprietà dei conti Reviglio della Veneria, il mobile fu venduto nel 1902 a Cesare Balduino, erede di una importante famiglia genovese. Nel 1963 venne esposto nella celebre Mostra sul Barocco Piemontese a Torino e, nello stesso anno, acquistato dall’antiquario torinese Pietro Accorsi che volle inserire questo capolavoro del Piffetti nella sua collezione.

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