
La Colonia Cecilia: esisteva davvero la comunità anarchica in Val di Susa?
Non tutti sanno che ci furono anni in cui la val di Susa, oltre a ospitare gruppi eretici come valdesi e catari, ad inizio ‘900 raccolse i fermenti europei che chiedevano a gran voce un cambiamento della vita che si conduceva. Furono infatti gli anni in cui la valle ospitò diversi gruppi anarchici, personaggi isolati ma attivi politicamente, che usavano la valle come luogo di ricovero e di passaggio.
La leggenda “metropolitana” però sostiene che la cittadina di Bruzolo ospitò, tra il 1904 e il 1908, una comunità libera e anarchica, che anticipava alcune colonie hippies degli anni Sessanta.

Tutto ebbe inizio da Giovanni Rossi, un pisano nato nel 1856, che oltre a studiare agraria, era stato anche folgorato dagli scritti di Bakunin, Kropotkin e i testi che circolavano nell’Internazionale. Da quel momento decise che le idee libertarie non dovevano restare teoria, andavano vissute. Nel 1878, con lo pseudonimo Cardias, pubblicò Un Comune socialista, un libello che consigliava l’abolizione della proprietà privata, il lavoro condiviso, le relazioni non gerarchiche, l’educazione libera. L’attivismo nella sezione pisana dell’Internazionale gli costò arresti e sorveglianza, ma non lo allontanò dal suo progetto e pur continuando ad esercitare come agronomo, cercò anche di portare avanti un tentativo concreto. Nel 1887 Rossi fondò la colonia agricola di Cittadella, nel Cremonese, con l’aiuto di un proprietario terriero, che era un convinto sostenitore delle teorie anarchiche.
Si trattava di una piccola comunità, autogestita, costruita su lavoro comune e decisioni collettive, che non sopravvisse a causa dei problemi economici. Nel 1890 Rossi partì per il Brasile con un gruppo di compagni e fondò la colonia Cecilia nello Stato del Paranà. Lì cercò di realizzare un modello di comunismo anarchico completo: niente proprietà privata, niente capi, vita comunitaria, educazione libertaria, relazioni affettive non vincolate dal matrimonio. La colonia ottenne risultati agricoli discreti e un’intensa vita sociale, ma fu minata da problemi materiali, inesperienza, tensioni interne e difficoltà politiche. Rossi ne analizzò lucidamente i limiti nel 1895, senza rinnegare l’utopia ma riconoscendo che dovevano essere messi in atto dei cambiamenti.
L’attivista tornò in Italia nel 1907, abbandonando la colonia, anche se la comunità era arrivata a contare ben 150 membri, molti dei quali italiani; Rossi iniziava ad essere stanco, aveva una famiglia e non era riuscito a ottenere molto nei suoi tentativi di creare una comunità libera dalle imposizioni. Abbandonò quindi la militanza attiva, dedicandosi a scrivere libri e manuali tecnici.

Presto però iniziarono a diffondersi informazioni su una fantomatica Colonia Cecilia creata in val di Susa, in particolare a Bruzolo. È vero che in quegli anni, ovvero tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il Piemonte era attraversato da un clima politico in rapido mutamento, nell’area torinese e nelle valli circostanti le idee anarchiche e il sindacalismo rivoluzionario attecchivano con facilità, sostenuti dalla crescita delle fabbriche, dalla mobilità dei lavoratori stagionali e dalle trasformazioni che investivano le comunità montane. In questo contesto, segnato da tensioni sociali e da un forte desiderio di emancipazione, le nuove ideologie trovavano ascolto e diventavano parte del tessuto quotidiano, non era raro che giovani teste calde decidessero di darsi alla macchia, perché in semi-clandestinità potevano agire indisturbati, distribuendo volantini o organizzando incontri per trovare nuovi seguaci.

La vicinanza con una grande città era un elemento positivo, che consentiva di spostarsi con velocità e inoltre molte delle cittadine della valle, come Bussoleno, Avigliana, Susa, Condove, Borgone, erano sede di grandi fabbriche manufatturiere, come i cotonifici, il dinamitificio Nobel le officine per le produzioni ferroviarie, le industrie chimiche per la concia. In tutti questi luoghi gli operai e le operaie lavoravano in condizioni disastrose, e il dissenso sociale portava a scioperi e lotte anche violente.
Nella conoscenza popolare si sommarono diversi elementi, il primo era sicuramente quello che la valle di Susa fosse un ricettacolo di anarchici, seguito dall’enorme clamore suscitato dalla colonia creata in Brasile da Rossi, di cui si parlò molto e che veniva presa come esempio per ragionare sulla possibilità di una vita migliore, di condivisione e libertà; c’è anche da sottolineare che proprio in quei decenni erano nate numerose comunità in Europa, come quella di Monte Verità, in Svizzera, dove si erano ritrovati diversi artisti (come Hesse, ad esempio) che praticavano la teosofia, il vegetarianesimo e la libertà assoluta dai vincoli ritenuti normali per il resto della società.

Tutte queste notizie, che arrivavano confuse e che spesso erano censurate dai giornali, crearono un sostrato mitico nella mente delle persone, e tra tutte le cose che venivano divulgate, una in particolare prese piede: “la colonia (fantasma) Cecilia di Bruzolo”, se si trattasse solo di alcuni anarchici, di un gruppo libertario o chissà cos’altro, non è dato sapere, ma la valle è sempre stata scenografia di eventi particolari…
Katia Bernacci



