CURIOSITA'STORIE DA RACCONTARE

II tango argentino: un ballo originariamente ritenuto scandaloso da prelati e bacchettoni

Ma non finì del tutto qui. Il 1° Febbraio1924, Casimiro Aín, “El Vasquito”, un tanguero argentino in tour per l’Europa, si esibì con la sua compagna davanti a papa Pio XI (1922-1939) sulle note dell’ Ave María di Francisco e Juan Canaro. Era il primo febbraio 1924 e l’iniziativa era voluta dall’ambasciatore argentino presso la Santa Sede, don Garcìa Mansilla, preoccupato di dissipare i residui dubbi che la Chiesa associava al tango, da molti in Curia considerato un ballo oscuro e peccaminoso. Altre cronache riportano che una nuova esibizione si svolse al cospetto del successivo papa, Benedetto XV (1914 | 1922). E altre cronache ancora raccontano che la prima esibizione di tango fu fatta davanti a Pio X nel 1914 per rispondere alle accuse dei vescovi di Parigi, che nel periodo in cui il tango cominciò a diffondersi tra i salotti dell’aristocrazia francese, erano preoccupati perché provocava «allusioni sessuali». Papa Pio X chiese di poter vedere un’esibizione, al termine della quale avrebbe detto: «È una danza che obbliga le sue vittime a ballare qualcosa di poco divertente, sarebbe meglio la danza friulana». Da allora il tango è stato sdoganato sì, ma con l’aggettivo di «noioso». Ma sembra che a ballare fossero stati due danzatori romani (fratello e sorella), preparati dal professor Pichetti a compiere una coreografia molto semplice.
Da allora, il tango si diffuse a macchia d’olio in ogni continente, anche grazie alle sontuose esecuzioni di Orchestre dirette da maestri d’eccezione, come Esposito, Pugliese, Di Sarli, D’Arienzo, quasi tutti di origine italiana, e alle interpretazioni canore di artisti come Carlos Gardel.
Nei complessi musicali, grandi e piccoli che fossero, venne intanto inserito il ‘bandoneon’, strumento di origini germaniche introdotto in Argentina dal costruttore di organetti Heinrich Band, che impiantò laggiù una fabbrica che, dal suo cognome, venne chiamata “Band Union”, marchio che gli Argentini deformarono in “bandoneon”.

Tra gli ultimi anni del Novecento e i primi anni 2000, i tangueri praticanti non professionisti, autentici pionieri del tango argentino, in Italia, non erano che alcune migliaia. A Torino, se ne contavano poco più di qualche centinaio. Da allora, la passione per il tango si è diffusa a macchia d’olio e – al giorno d’oggi – è difficile quantificare il numero dei ‘tangueri’: visto però che nel nostro Paese le ‘milonghe’ si contano a centinaia (sono circa 700), e poiché gli insegnanti di tango si contano a decine, è stimabile che i praticanti tangueri in Italia siano ormai molte decine di migliaia, verosimilmente tra i settantamila e i centomila appassionati.
A Torino, il tango si pratica all’Aldobaraldo di Via Parma 29/b; alla Milonga Da Giau, in Strada Castello di Mirafiori 346; all’Officina Tanguera di Corso Sicilia 12, d’inverno, e al Garden di Via Val Salice 4 d’estate; alla Milonga Sporting di Corso Umbria 83; alla Milonga del Domingo (Real Tango) di Corso Agnelli 129; al Tanz Tango di Via Bava 18, alla Milonga El Blanco di Via Frejus 36, e in molti altri luoghi ancora. Spesso non mancano le milonghe improvvisate, perché ogni contesto, ogni occasione è buona per ballare il tango: basta portarsi dietro un buon paio di scarpe adeguate. Le tanguere, dal canto loro, vanno sempre in brodo di giuggiole di fronte ad una civettuola scarpetta da tango, e alle scarpe ci fanno sempre molta attenzione.

Com’è noto, il tango nasce nelle balere dei quartieri (barrios) più malfamati di Buenos Aires e di Montevideo. Pare che i primi tanghi traessero spunto dalla “habanera”, una danza di origini afro-cubane, che poi si diffuse soprattutto nelle regioni più meridionali della Spagna.
I tanghi primordiali erano molto sincopati, ritmici, e soprattutto cadenzati. I brani erano in 2 quarti: le coppie danzavano con le guance piuttosto aderenti e con le ginocchia un po’ piegate; l’abrazo era stretto. Il cavaliere assumeva un’espressione un po’ da bullo, e danzava spesso tenendo la mano sinistra in tasca. Era il cosiddetto tango ‘orillero’ o ‘canyengue’. Un po’ più tardi nacque la milonga, più ritmica e dinamica del tango, ma dalle sonorità non troppo dissimili. Attenzione a non confondersi: una milonga è anche il luogo in cui si balla il tango, sia che lo si balli al chiuso, in un locale ad hoc, sia che lo si balli all’aperto, fosse anche una location improvvisata.
E poi c’è il vals, il valzer criollo, in tre quarti, leggero, romantico, trascinante, con la magia e la meraviglia di poterlo danzare con i passi del tango, che invece è in quattro quarti.
Originariamente il tango veniva ballato tra uomini, per la carenza di elementi femminili, e – si dice – venisse praticato anche nei postriboli dei barrios porteñi nelle… sale d’attesa. Certo è che il tango, per la grazia dei movimenti e per la sensualità delle sue figure, finì inevitabilmente per conquistare ed ammaliare anche le donne.
La sua fama varcò i confini uruguagi e argentini e giunse in Europa: dapprima in Francia, dove tuttavia assunse dei connotati differenti, con movimenti più a scatti, e una postura più rigida da parte delle coppie, tipica delle “danze standard”. Fu in Francia, ad esempio, che nacque il ‘casqué’, totalmente assente, come figura, nel tango argentino.
Se da un lato il tango s’imponeva ovunque per la sensualità e la plasticità delle sue figure, d’altro canto suscitava diffidenze e critiche da parte dei puritani, e in particolare del rigido clero francese, che lo consideravano una danza peccaminosa e lasciva, e i cui prealti gridavano allo scandalo facendo boccacce.

Fu papa Pio X a sdoganare il tango, il quale – a dire il vero – non ne restò granché impressionato quando una coppia di tangueri romani (fratello e sorella), peraltro con un abbigliamento che certo non poteva definirsi sconveniente (lei addirittura indossava un velo nero sui capelli), si esibì a Roma al suo cospetto nel suo studio privato. Molti vescovi, soprattutto francesi, invece, si indignarono per questa esibizione, e si scandalizzarono considerandola inopportuna e ignominiosa. Pio X, dal canto suo, ribadì con assoluta naturalezza che le figure del tango non erano meno osé di una popolare “furlana”, una nota danza tradizionale friulana, da lui ben conosciuta fin dai tempi in cui era stato Patriarca di Venezia, e che il tango – tutto sommato – gli era sembrato una danza alquanto noiosa: i vescovi dissidenti furono così messi a tacere, almeno per un po’.

Una decina di anni dopo, il 1° Febbraio 1924, Casimiro Aín, detto “El Vasquito”, un tanguero argentino in tour per l’Europa, si esibì con la sua dama (la moglie Martina) davanti a papa Pio XI (1922 | 1939) sulle note del tango Ave María di Francisco e Juan Canaro. L’esibizione fu voluta da don Garcìa Mansilla, Ambasciatore argentino presso la Santa Sede, per dissipare definitivamente gli ulteriori pregiudizi d’immoralità che molti prelati ancora riservavano al tango. Chi volesse ascoltare questo brano, può trovare sul web la registrazione originale (ormai un po’ malconcia) effettuata in Vaticano.

Ci sono tuttavia voluti decenni prima di superare i residui tabù sul tango. Papa Francesco, dal canto suo, da ragazzo e prima di entrare in Seminario, praticava a Buenos Aires regolarmente il tango: quando venne eletto papa, assistette compiaciuto a più di un’esibizione tanguera in Vaticano. E, finalmente, più nessuno obiettò.

In ogni caso, a partire dagli Anni Venti, Trenta e Quaranta, il tango si era già diffuso a macchia d’olio in ogni continente, anche grazie alle sontuose esecuzioni di Orchestre dirette da maestri d’eccezione, come Esposito, Pugliese, Di Sarli, D’Arienzo, quasi tutti di origine italiana, e alle interpretazioni canore di artisti come Carlos Gardel.

Nei complessi musicali, grandi e piccoli che fossero, venne intanto instrodotto il ‘bandoneon’, strumento di origini germaniche importato e diffuso in Argentina dal costruttore di organetti Heinrich Band, che impiantò laggiù una fabbrica per produrre in loco questi strumenti dal suono melodioso e struggente. La fabbrica, dal suo cognome, assunse il nome di “Band Union”, marchio che gli Argentini deformarono in “bandoneon”.

Più tardi, Piazzolla darà al tango nuove sonorità, creando dei capolavori immortali e aumentando la magia e il fascino di questo genere musicale, in continua evoluzione, ma sempre fedele a se stesso. Non chiamiamo dunque tango nuevo le interpretazioni più attualizzate del tango: chiamiamole semmai tango contemponeo. Il tango, da quando esiste, si è infatti sempre rinnovato, proprio come l’Arte, senza mai tradire però la sua anima e la sua identità.

(Sergio Donna)

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, Sergio Donna è Presidente dell’Associazione di volontariato culturale Monginevro Cultura. È autore di romanzi, saggi e poesie, in Lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio ha pubblicato le monografie “Torèt, le fontanelle verdi di Torino”, “Portoni di Palazzi torinesi”, “Chiese, Campanili & Campane di Torino”, “Giardini di Torino”, “Fontane di Torino”, “Statue di Torino”, “Ponti di Torino" e "Caffè e Locali storici di Torino”. Tra le sue raccolte poetiche, ricordiamo “Lines”, “Laeta Carmina”, “Sonetti”, "Metrica | mente" e “Kairos” (in Lingua Italiana), e “Cerea” e “Tóira e ritória” (in Lingua piemontese). Al suo attivo, anche una raccolta bilingue (italiano e piemontese) in quattro volumi di 400 poesie brevi di stile giapponese, dal titolo "Ciameje nen haiku | Non chiamateli haiku”. Ha scritto inoltre i romanzi “Il trionfo della bandiera” e “Lo scudetto revocato”. Come giornalista, ha collaborato diversi anni con il quotidiano on line “Piemonte Top News” e con la rivista “Torino Storia”. Attualmente scrive per il quotidiano on line “Storie Piemontesi”, per i mensili “Vagienna” e “Piemontèis Ancheuj” e per il periodico “Savej”. È fondatore dei Premi Letterari Internazionali “Lampi di Poesia | Slussi ’d Poesìa”, “Jucunde docet” e “Poesia Granata”, per poesie e racconti in Lingua italiana e Lingua piemontese. È anche Autore di testi di canzoni in piemontese, musicate da noti chansonnier del territorio, ed è docente di Lingua e Letteratura Piemontese all’Unitre di Torino e di altre Sedi decentrate. Per Monginevro Cultura, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali dell’ “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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