
Le memorie di Vieri Cvetnich Margarit, piccolo profugo fiumano giunto a Torino nel 1951
Piovono i ricordi come le caramelle sul palco del Teatro Sociale di Mantova quando il piccolo Vieri si esibiva, cantando – a quattro anni, o giù di lì – a due passi dal Centro Raccolta Profughi giuliano-dalmati. Chissà se gli pesava quel nome, Vieri, che è appunto è un nome proprio, aristocratico e non certo popolare, e – nella fattispecie – men che mai un cognome, di cui invece si fregiava un mitico e indimenticato portiere granata.
Eppure, in quella gioiosa e spensierata esibizione canora, c’era già la traccia del suo destino. Perché io ho conosciuto prima la voce di Vieri e poi il suo cuore e la sua simpatia, che produce istintiva empatia. L’ho conosciuta in un recital di canzoni alternate a letture di poesie in piemontese. Io a leggere, e lui a cantare. Una voce classica, cristallina, chiara e limpida come la sua anima.
Col tempo, siamo diventati amici, anche se non ci si incontra spesso, perché l’amicizia quando sorge, sorge spontanea, e quando nasce può crescere anche senza che ci si possa ritrovare sovente.
Ho conosciuto la storia di Vieri a spizzichi e bocconi. Ad ogni incontro, un tassello di mosaico: sapevo che era giunto a Torino da bambino, nei primi anni Cinquanta, con la sua famiglia di profughi fiumani. Fu un esodo biblico, quello di quella gente, fatto di tappe continue, di trasferimenti, di bivacchi provvisori, di valigie di cartone semivuote e contenenti pochi e consunti effetti personali, ma cariche soprattutto di pervicacia fisica e morale: perché nonostante tutto, con il dolore nel cuore, era la speranza che animava quegli esuli, e naturalmente anche la famiglia di Vieri.


Conoscendolo meglio, e apprendendo via via particolari sempre nuovi della sua storia, mi stupivo sempre più di una contraddizione che poi si rivelò solo apparente: il suo carattere solare, la sua predisposizione al sorriso, alla battuta, la spontanea apertura verso il prossimo. Ora so che il segreto di questo atteggiamento, di questo spirito improntato alla socialità, alla cordialità, all’amicizia, oltre che nel carattere cordiale della gente istriana è nascosto nei valori trasmessi di generazione in generazione, dai genitori e dai nonni ai figli e ai nipoti. Quell’istinto di non arrendersi mai, quella naturale propensione al reciproco sostegno, quel legame solido e fedele alle radici e a una cultura secolare: tutto ciò ha fatto sì che anche nelle disgrazie e nei traumi quella gente sia sempre riuscita a reagire con la speranza e con l’ottimismo. Sempre e comunque.
La lettura dei “Ricordi di Casermette” di Vieri Cvetnich Margarit, contagia il Lettore di questa speranza, e dimostra come anche una diaspora possa rappresentare una forma di catarsi dell’anima, e forgiare l’animo, persino per un bambino di pochi anni appena, certamente inconsapevole di ciò che stava vivendo in quel lontano ottobre del 1948, ma via via sempre più conscio di aver vissuto un’esperienza formativa traumatica ma al tempo stesso unica e persino virtuosa.
Crescendo un po’ alla volta, il piccolo Vieri imprime nella memoria ricordi sempre meno offuscati e più indelebili: i giochi spensierati con i compagni del centro di raccolta delle Casermette di Via Veglia, agli estremi confini orientali di Torino, le corse sui carretti con i cuscinetti al posto delle ruote, le fionde costruite con i rami dei tigli, le frecce per gli archi degli indiani realizzate con i ferri degli ombrelli rotti, le sfide con le biglie nelle strade sterrate tra le Casermette, i calci al pallone nel cortile dell’Oratorio e le pellicole in bianco e nero proiettate nel Cinema parrocchiale.
E al Lettore, pare di cogliere i gridolini di gioia del piccolo Vieri portato da nonno Celeste sul tubo della vecchia bicicletta con i freni a bacchetta, di percepire il calore degli abbracci con cui mamma Viarda se lo stringe al petto, e l’affetto di papà Albino, che gli siede accanto su un parapetto con lo sguardo rivolto a contemplare un futuro sereno.
Sergio Donna



