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Il cammino verso Santa Cristina: tra affreschi, macine e pellegrinaggi

Articolo di Katia Bernacci, fotografie di Marino Olivieri

A 1340 metri d’altitudine, tra la val d’Ala e la val Grande di Lanzo, si trova un luogo di pellegrinaggio quasi sconosciuto e un po’ impervio: il santuario di santa Cristina. Situato sulla punta di uno sperone roccioso, raggiungibile da Ceres con un percorso di circa un’ora e mezza per camminatori allenati e da Cantoira con qualche minuto in più, ma con maggiori difficoltà nella discesa, a causa dei gradoni di pietra, il piccolo santuario offre una spettacolare vista sulle valli, che si aprono a 360° davanti agli occhi del visitatore che giunto sul luogo per la prima volta, imprimerà sicuramente nella sua mente quel momento magico.

Già prima del 1440 esisteva un pilone votivo dedicato alla santa e quando venne costruita la prima cappella, i valligiani decisero di costruirla proprio attorno a quel pilone, attestando il culto della santa amata in quei luoghi.

Santa Cristina fu una giovane vergine martire del IV secolo, nata secondo la tradizione a Tiro o a Bolsena, figlia di un ufficiale imperiale che la segregò in una torre per preservarne la bellezza e la fede pagana, ma ella si convertì al cristianesimo, ruppe gli idoli e distribuì le ricchezze ai poveri, subendo per questo terribili supplizi inflitti dal padre e dai giudici romani: fu flagellata, imprigionata, gettata tra serpenti, trafitta da frecce e legata a una ruota di ferro, ma miracolosamente sopravvisse a più torture grazie all’intervento divino, fino a quando, sotto Diocleziano, venne uccisa intorno al 304 d.C., diventando una delle martiri più celebri della Chiesa antica; il suo nome significa “consacrata a Cristo”, è raffigurata con palma, serpenti, frecce e mola da macina, ed è venerata come patrona di Bolsena e di altre città, con un culto che si diffuse già nel IV secolo e che ancora oggi si celebra il 24 luglio con solenni feste e rappresentazioni dei suoi supplizi, rendendola simbolo di fede incrollabile e vittoria spirituale. 

Se qualcuno si chiedesse come mai una santa laziale fosse venerata nelle valli di Lanzo, la risposta è scontata: il suo culto era universale; le persone viaggiavano molto più di quanto pensiamo, le idee e le storie venivano divulgate esattamente come oggi, anche se sicuramente meno velocemente. Quando un pastore ebbe un’apparizione della santa sul gruppo montuoso Ciamarella-Mondrione, gli abitanti delle valli la adottarono come santa protettrice e decisero di costruire quel primo pilone sulla punta della montagna, in un luogo a dir poco suggestivo, dove, secondo le credenze, la terra si univa al cielo e dove le divinità potevano essere raggiunte più facilmente.

Tra i simboli con i quali la santa veniva rappresentata, aveva un’importanza particolare la mola, che era stata usata per legare la giovane e tenerla, con il suo peso, sotto le acque del lago dove era annegata. Il motivo della macina o della pietra pesante ricorre in altre tradizioni agiografiche, come quelle di san Clemente o sant’Agata, ed era un tema amato in quei luoghi, in particolare perché le macine, intagliate dalla serpentinite, o gneiss e granito diffusissimi nelle valli, da sempre avevano rappresentato non solo un oggetto quotidiano ma qualcosa di misterioso, legato alla vita e alla fatica, che serviva per macinare i cereali, produrre la farina e per il funzionamento dei mulini.

Infatti, nei mulini delle Valli di Lanzo (e in generale in quelli alpini) c’erano due grandi pietre circolari: la macina inferiore fissa e la macina superiore mobile, collegata a un perno. La forza dell’acqua dei torrenti (Stura, Ala, Tesso, Val Grande) faceva girare una ruota idraulica, che trasmetteva il movimento alla macina superiore. I cereali versati tra le due pietre venivano frantumati e ridotti in farina, grazie alle scanalature incise sulla superficie.

In alcuni luoghi le macine, anche quelle abbandonate a causa di fratture durante la preparazione, erano ritenute, nella mentalità popolare, simboli del ciclo della vita e per questo spesso usate dalle donne che non riuscivano ad avere figli, in un rituale dedicato alla fertilità che prevedeva di toccare o strofinare parti del corpo sulla macina come buon auspicio.

Si tratta di pratiche antichissime, ben conosciute dalla popolazione e praticate fino al secolo scorso.

Con il passare dei secoli, e in particolare dal tardo Medioevo al XVIII secolo, santa Cristina venne ampliata sino a diventare un grazioso santuario che accoglieva i pellegrini di passaggio; lungo la strada, arrivando da Ceres (o da Voragno, una ulteriore strada percorribile, dove si può altresì visitare la cappella con gli affreschi della sindone, ormai decisamente rovinati dalle intemperie) s’incontra la cappellina della peste dedicata a san Rocco, con i suoi bellissimi affreschi attribuiti a Giovanni Oldrado Perini della Novalesa, probabilmente fatti a seguito della peste che nel 1575 colpì le valli. Un po’ più su si trova anche la cappella degli angeli, di costruzione più recente, è posta su un balcone di roccia non adatto a chi soffre di vertigini e consente ai visitatori di riposare prima di affrontare l’ultima parte della salita.

Infine, due rampe di scale in pietra accolgono il pellegrino, che con un’ultima fatica può godere del panorama e entrare nella pre-cappelletta, che come in ogni costruzione alpina che si rispetti, funge da frangivento. In questo luogo si trova anche una gradita sorpresa: il libro di vetta, dove si può scrivere la propria impressione o anche solo il classico “… è stato qui”, frase che dall’antichità a oggi ha avuto un deciso successo.

Il santuario alpino di santa Cristina è suggestivo e leggermente impervio, non stupisce che sia stato luogo di produzione di leggende popolari spesso inquietanti, che la saggista Maria Savi Lopez ha registrato nei suoi libri.

Per chi dovesse decidere di recarvisi, attenzione al vestiario, è necessaria un’attrezzatura tecnica almeno di base, inoltre il percorso nasconde insidie, come le foglie cadute nel periodo autunnale, che diventano scivolose; senza dimenticare che il dislivello da percorrere è di 630 metri, piuttosto impegnativo e non considerabile come semplice camminata.

Libri di riferimento:

Leggende delle valli di Lanzo, Maria Savi Lopez, edizioni Yume 2023
E poi furono streghe, Katia Bernacci, edizioni Yume 2024

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