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In un racconto di Angela Donna l’antica usanza della lisciva, il grande bucato del bianco

Premessa

Amo raccontare questa tradizione di un tempo passato,  non per nostalgia ovviamente,  ma per testimoniare la cura con cui le comunità di donne e uomini che furono i nostri bisnonni e nonni utilizzavano le risorse a loro disposizione, senza spreco, rispettando gli equilibri naturali. Questo vale come monito per noi che siamo abituati ormai nella civiltà dei consumi a non dare più valore alle cose (fatto salvo alcune iniziative  di riciclo e di riuso) e stiamo depredando il Pianeta.

Vicino alla fontana della Casetta a Breno (1) c’è il lavatoio e, vicino al lavatoio, la crota (cantina) di Maria du calia (Maria del ciabattino). Lì si faceva la lissia (2), la lisciva, cioè il grande bucato del bianco. Fare la lissia era un vero e proprio avvenimento, un lavoro e, insieme, un rito che occupava giornate e richiedeva la collaborazione tra donne della famiglia, pazienza ed esperienza, sicché, spesso, le giovani venivano addestrate dalle più anziane. A volte la famiglia che faceva il bucato chiedeva a parenti e conoscenti se volevano approfittarne e mettere anche loro dei panni da lavare richiedendo, in cambio, aiuto nelle operazioni di bucato.

Primo giorno: l’ammollo

La sera prima del bucato, nella cuncia (conca) del lavatoio venivano messi a bagno i grossi fagotti di biancheria. Ogni lenzuolo (e ce n’erano anche dieci o dodici) era legato per i quattro angoli e conteneva i capi più piccoli; fazzoletti, camicie da notte, federe, tovaglie, tovaglioli, pannolini… Per farli stare ben in ammollo tutta la notte, sopra i fagotti venivano posate delle pesanti grosse pietre.

Secondo giorno: insaponatura, preparazione, operazione della lissia

Il mattino dopo si insaponava energicamente ogni cosa per smacchiare il più possibile. Intanto, nella crota accanto al lavatoio, era pronto, appoggiato su un cavalletto, un grande mastello di legno che veniva foderato con della tela usata perché non macchiasse la biancheria. Sul fuoco era messo a scaldare un grosso paiolo pieno d’acqua nella quale si scioglieva la polvere di lisciva ottenuta con la cenere di legno.

La cenere era un ingrediente importante della lisciva

A questo punto si eseguiva un’operazione del tutto particolare, ambiuna la lisia au tu tinel, le lenzuola venivano arricciate in tante piegoline prima di essere posate nel mastello (tinel) ciò permetteva alla lisciva di passare in mezzo alla stoffa con più facilità. Riempito il mastello, la biancheria veniva ricoperta con lu fiùre, un pezzo di tela grossolana di forma quadrata, sul quale si posava la cenere in modo che non fosse a diretto contatto con le lenzuola. La cenere, raccolta durante l’anno (si sceglieva cenere di legno buono, generalmente di fö, faggio), era depositata in spesso strato sul sacco, dopo essere stata accuratamente setacciata in modo che non contenesse carboni. Intanto nel camino l’acqua era bollente e così, con una casseruola di rame, veniva prelevata e versata, poco alla volta, sulla cenere che funzionava da filtro. L’acqua con la lisciva colava tra le lenzuola molto lentamente, per questo le donne erano occupate a controllarla praticamente tutto il giorno. Ne approfittavano per stare insieme, chiacchierare, cantare, farsi confidenze e pettegolezzi.

Quando la cenere diventava secca, bisognava aggiungere altra acqua. La quantità necessaria era tanta e si riciclava quella già usata che usciva da un rubinetto in fondo al mastello finendo in una bacinella da cui era nuovamente versata nel paiolo a riscaldare.

Al termine della giornata di fatica, non solo le donne andavano a riposare, ma si lasciava riposare anche la biancheria avendo cura di ripiegare, sopra la cenere rimasta, i quattro capi del fiure in modoche la proteggessero.

Terzo giorno: il risciacquo e la stenditura

All’alba del giorno dopo bisognava risciacquare tutto il bucato e, poiché la biancheria era tanta, ci si alzava presto per avere a disposizione l’intero lavatoio con l’acqua ancora limpida.

Allora tutt’intorno risuonava di voci e di colpi secchi: i panni venivano, infatti,  sbattuti con forza sulle pietre della vasca per mandare via la grüma, cioè lo sporco residuo.

L’ultima operazione, la stenditura, chiamava in causa anche gli uomini. Essi alzavano robuste pertiche nei prati intorno al lavatoio e vi tendevano delle robuste corde resistenti.

Allora il verde si ricopriva di lenzuoli bianchi e profumati…e il “profumo di buono” si ritrovava poi anche nel letto e il pulito durava … durava…durava di più!

Angela Donna


(1) Breno è un piccolo paese del concentrico di Chialamberto in Alta Val Grande di Lanzo (TO). Il dialetto parlato nella zona è di origine franco-provenzale.

(2) “Lissia” è un termine che significa liscivia (dal latino \(lixivia(m)\)), un detergente naturale ottenuto da acqua bollente e cenere di legno, un tempo usato per lavare e sbiancare la biancheria. Più ampiamente, il termine si riferisce anche al bucato straordinario che si faceva con questo metodo, un processo laborioso che durava più giorni. Devo questa accurata descrizione ai vivi ricordi, da me trascritti, di Bianca Bonadè Bottino (1928) che da bambina aiutava la zia Rosa  (magna Ruseta) a fare la lisciva.

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