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Parole ed espressioni piemontesi attorno alle tavole d’antan: minestre, minestroni e minestrine

“La mnestra a l’é la biava ’d l’òm” ripeteva mio nonno Cinto ogni qual volta, con le gambe sotto il tavolo, si apprestava a raccogliere la prima cucchiaiata di minestra, minestrone o minestrina che fosse.

La minestra, soprattutto nei mesi invernali, oltre a garantire un apporto calorico equilibrato, con il suo mix di verdure e di carboidrati (non mancava quasi mai il riso o la pasta da brodo: conchigliette, farfalline, risone, stelline, ditalini, paternoster, bombonin… e  talvolta persino avanzi di spaghetti, che venivano spezzettati e lasciati cadere come una cascata di perle nella ramin-a sul fuoco, al momento della bollitura) rappresentava anche un modo per riscaldare lo stomaco, e quindi il corpo intero. E infatti, dopo le prime cucchiaiate, nonno Cinto soleva spesso commentare: “Im sento ambrassé lë stòmi” (Mi sento abbracciar lo stomaco!).  Se poi si trattava di un buon brodo di carne, di gallina o di cappone (piatto “di lusso” riservato ai giorni di festa e alle occasioni speciali), il contributo nutritivo si completava a 360 gradi, per il prezioso apporto proteico dei tocchi di carne, del midollo contenuto negli “òss ëd la miola” e delle frattaglie varie: ricordo ancora il suo piatto fondo ricolmo di brodo e di tocchi di pane inzuppati, ricoperti da un ‘leggero’ strato di parmigiano grattuggiato (leggero perché “ël parmisan a l’é ‘n lusso”).

Foto a sx: un piatto di panissa. Al centro: ditalini in brodo. A dx: un piatto di riso al latte.

Per i più piccoli (quelli della mia generazione per intenderci, oggi settantenni) la minestra e le minestrine, un po’ come le verdure bollite del resto, hanno sempre rappresentato un alimento non proprio graditissimo. Eppure, dal momento che non c’erano altre portate in alternativa, alla fine, anche di fronte alla solenne minaccia materna che suonava come un aut-aut: ”O ’t mange costa mnestra, o ’t sàute da la fnestra!” (O mangi la minestra o salti dalla finestra), si finiva tutti per sorbire quei cucchiai, dapprima con diffidenza e riluttanza e via via con maggior gradimento, scoprendo che poi, quella minestra, era molto meglio del digiuno.

Tutto ciò, in Piemonte soprattutto, accadeva fino al declinare degli Anni Sessanta. I primi di “pasta” rappresentavano un’eccezione, tajarin a parte (ed esclusi gli agnolotti, naturalmente, riservati alle feste solenni), e raramente rientravano nelle abitudini alimentari quotidiane dei piemontesi. Prevalevano le minestre, alternate di tanto in tanto ai piatti di riso, cucinato in molte varianti: dai risotti (al sugo, allo zafferano, con i piselli, in bianco…) alle panisse, che ne esaltavano il connubio con i fagioli. Il riso era spesso un componente aggiunto alle minestre di verdura, in alternativa alle pastine. Un tipico piatto serale era “ël ris al làit”, il “riso al latte”, che  si mangiava con il cucchiaio, essendo una via di mezzo tra un risotto e una minestra: la cottura, amabilmente assistita ai fornelli, continuava fino a quando il latte aveva morbidamente avvolto i granelli di riso in una patina delicata.

Poi, decennio dopo decennio, con l’afflusso di nuovi migranti soprattutto dalle regioni meridionali, le minestre, le minestrine, i brodi, e persino il riso al latte, hanno gradualmente ceduto il passo alle “paste”, ed oggi, sui deschi delle famiglie piemontesi (esistono ancora momenti in cui le famiglie si riuniscono attorno al tavolo della cucina o del soggiorno?), o più spesso sugli anonimi e un po’ tristi tavolini dei fast food, vengono serviti prevalentemente paste cacio e pepe, fusilli alla carbonara, spaghetti ajo e ojo, alla matriciana o all’arrabbiata. Appunto: all’arrabbiata.

Ma tant’é. Oggi nessuno considera più la minestra come la “biada dell’uomo”. Devo dire però che sta tornando un marcato interesse per certi passati di verdura dall’aspetto vellutato, con l’aggiunta canonica di un filo d’olio extra vergine in superficie (ai miei tempi, quello “extra vergine”, almeno da me in famiglia, era ancora un ingrediente pressoché sconosciuto).

Sergio Donna

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