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L’ultimo saluto ad Angelo Marello, per tutti il “carrozziere dal cuore grande”

Si è spento a 92 anni uno dei personaggi più amati di Vanchiglietta. La sua officina di corso Tortona era diventata un punto d’incontro per campioni dello sport, artisti, politici e gente comune. Una vita dedicata al lavoro, alla solidarietà e alla memoria della Torino del Novecento

TORINO. Ci sono persone che, pur senza occupare posti di potere o ricoprire incarichi prestigiosi, riescono a lasciare nella vita di una città un’impronta ben più profonda di quella di tanti personaggi illustri. Angelo Marello era una di queste. Con la sua scomparsa, avvenuta martedì 13 ottobre all’età di 92 anni, Torino perde un uomo che aveva fatto dell’amicizia, della generosità e della disponibilità verso gli altri una vera ragione di vita. Un improvviso ictus lo ha colpito nella sua abitazione e, nonostante i tentativi dei sanitari dell’ospedale Mauriziano, non gli ha lasciato scampo. Per tutti era il “carrozziere con il cuore”, un soprannome che raccontava meglio di qualsiasi riconoscimento pubblico la sua straordinaria umanità.

Per incontrarlo bastava raggiungere corso Tortona 54, nel cuore di Vanchiglietta, ed entrare in quella carrozzeria che per oltre mezzo secolo è stata molto più di un’officina. Fra automobili da riparare, attrezzi da lavoro, fotografie e ricordi, Angelo aveva costruito un luogo dove le differenze sociali sembravano perdere importanza. Poteva capitare di incontrare un campione del calcio, un ex corridore ciclista, un amministratore pubblico o semplicemente un pensionato del quartiere venuto a scambiare quattro parole. Marello riservava a tutti la stessa attenzione, con una cordialità spontanea che non aveva bisogno di cerimonie. Le automobili erano il suo mestiere, le persone la sua autentica passione.

Angelo Marello nella sua carrozzeria di corso Tortona, in una foto di qualche anno fa

La storia di quella carrozzeria affondava le radici negli anni Cinquanta, quando il padre Giovanni aveva avviato l’attività, successivamente portata avanti da Angelo insieme al fratello Stefano. Erano gli anni di una Torino che cresceva attorno alle grandi fabbriche, che accoglieva migliaia di nuovi abitanti e che conservava ancora, nei suoi quartieri, il carattere di una città fatta di botteghe, piccoli commerci e rapporti personali. Angelo apparteneva a quella generazione di artigiani che conoscevano i clienti per nome, ne ricordavano le vicende familiari e consideravano il lavoro non soltanto una fonte di reddito, ma anche un modo per sentirsi parte della comunità.

Nato nel 1934 a Vesime (At) e profondamente legato alle sue origini langarole, Marello aveva attraversato quasi un secolo di storia italiana conservando una curiosità e una vitalità sorprendenti. La sua famiglia gli aveva trasmesso valori destinati ad accompagnarlo per tutta la vita. Dal padre aveva ereditato, oltre al mestiere, la passione civile e l’amore per la musica lirica, condiviso anche dalla madre Marietta. In casa si parlava di Verdi e Puccini, ma anche delle vicende politiche che avevano segnato il Paese. Esperienze e insegnamenti che contribuirono a formare un carattere capace di coniugare fermezza nelle convinzioni e apertura verso gli altri.

La sua giovinezza era stata segnata dalla guerra e dalla Resistenza. Ancora ragazzo aveva conosciuto il mondo della lotta partigiana, svolgendo il ruolo di staffetta, e quel periodo era rimasto impresso nella sua memoria. Non aveva mai considerato la Liberazione una ricorrenza da celebrare soltanto nelle occasioni ufficiali. Per lui significava ricordare uomini, sacrifici e vicende concrete, come quelle dei martiri del Falchetto, dei caduti di Valdivilla e dell’aeroporto partigiano realizzato a Vesime nel 1944. Alla conservazione di quella memoria aveva dedicato tempo ed energie, convinto che le nuove generazioni dovessero conoscere il prezzo pagato per riconquistare la libertà. Proprio per questo impegno Santo Stefano Belbo, terra alla quale era profondamente affezionato, gli aveva conferito la cittadinanza onoraria.

Ma se c’era una passione capace di accendergli immediatamente lo sguardo, quella era il Torino. Marello era granata fino al midollo, testimone di un’epoca calcistica che oggi appartiene alla leggenda. Aveva conosciuto il Grande Torino, ricordava le imprese degli Invincibili e conservava intatta l’emozione di quel tragico 4 maggio 1949, quando la sciagura di Superga aveva strappato alla città una squadra diventata simbolo di orgoglio e appartenenza. Raccontava ancora, con la precisione di chi custodisce un ricordo prezioso, le partite viste da ragazzo e le giornate trascorse accanto ai protagonisti di una stagione irripetibile.

Negli anni successivi il suo legame con il mondo granata si era rafforzato attraverso amicizie autentiche, ben lontane dai rapporti occasionali che spesso accompagnano la notorietà sportiva. Claudio Sala, Angelo Cereser, Renato Zaccarelli e Giorgio Puia erano soltanto alcuni dei campioni che frequentavano la sua officina e che gli erano rimasti vicini. Marello era stato anche tra i fondatori dell’Associazione Ex Calciatori Granata, impegnandosi perché il legame fra i protagonisti della storia del Torino non andasse disperso con il trascorrere degli anni. Eppure il suo tifo non gli aveva mai impedito di coltivare amicizie sull’altra sponda calcistica cittadina, da Giampiero Boniperti a Beppe Furino. In un ambiente dove le rivalità vengono spesso esasperate, Angelo aveva dimostrato che il rispetto e l’amicizia potevano tranquillamente superare i colori di una maglia.

Marello con Claudio Sala e Giampiero Boniperti

Fino a pochi giorni prima della scomparsa continuava a seguire il Torino allo stadio, che raggiungeva spesso in tram, con una semplicità disarmante. A novantadue anni conservava l’entusiasmo del ragazzo che aveva ammirato i campioni del passato, senza rinunciare a discutere di partite, giocatori e risultati. Il calcio, per lui, era soprattutto un’occasione per stare insieme, ritrovare amici e mantenere vivo quel sentimento di appartenenza che aveva accompagnato tutta la sua esistenza.

Accanto al pallone, un posto altrettanto importante era riservato al ciclismo, lo sport popolare per eccellenza nell’Italia della sua giovinezza. Angelo aveva conosciuto e frequentato alcuni dei maggiori protagonisti delle due ruote, da Nino Defilippis a Franco Balmamion, da Italo Zilioli a tanti altri corridori piemontesi. Non faceva distinzioni fra il campione affermato e il gregario meno conosciuto, perché riconosceva in entrambi la fatica, il sacrificio e la dignità di uno sport che sentiva particolarmente vicino. Nel 1990 aveva contribuito alla fondazione dell’Associazione Piemontese Corridori Ciclisti, diventandone uno dei principali animatori.

Fra le iniziative alle quali teneva maggiormente figurava la realizzazione del monumento a Fausto Coppi, inaugurato nel 2002 in corso Casale, nei pressi del Motovelodromo dedicato al Campionissimo. Insieme all’amico Nino Defilippis, Marello era stato uno dei promotori più convinti di quell’omaggio a un atleta che aveva segnato la storia dello sport italiano. Per lui il monumento non rappresentava soltanto un tributo al grande corridore piemontese, ma anche un modo per trasmettere alle generazioni future il ricordo di un’epoca in cui il ciclismo sapeva unire idealmente l’intero Paese.

La sua curiosità, tuttavia, andava ben oltre lo sport. La carrozzeria di corso Tortona era diventata negli anni un singolare punto d’incontro fra mondi diversi. Vi erano passati artisti come Gipo Farassino, attori come Gino Cervi ed Erminio Macario, giornalisti, uomini di cultura e numerosi protagonisti della vita politica torinese. Fra i clienti e gli amici figuravano anche sindaci come Valentino Castellani e Sergio Chiamparino. Angelo amava ricordare questi incontri, ma non lo faceva per vantarsi di conoscenze importanti. Ciò che gli interessava erano gli episodi, le conversazioni, le piccole storie personali che stavano dietro ai nomi famosi. E spesso, in mezzo a quei ricordi, emergeva il volto di una Torino ormai scomparsa, con i suoi locali, le sue abitudini e i suoi personaggi.

La cultura rappresentava un altro aspetto, forse meno conosciuto, della sua personalità. L’amore per la letteratura, alimentato anche dal legame familiare con le opere di Cesare Pavese, lo aveva portato a sostenere iniziative culturali e a promuovere un premio letterario dedicato alla memoria del fratello Stefano. Una perdita, quella del fratello, che lo aveva segnato profondamente e alla quale aveva reagito cercando di trasformare il dolore in qualcosa di utile e duraturo. Era questo, in fondo, uno dei tratti più caratteristici del suo temperamento: la capacità di non ripiegarsi sulle proprie sofferenze e di trovare continuamente nuove ragioni per impegnarsi.

Dietro il sorriso e l’apparente leggerezza si nascondeva infatti un uomo che aveva conosciuto anche momenti difficili. La scomparsa dell’amata moglie Angela, così, anni prima, come quella del fratello Stefano, avevano lasciato un vuoto enorme nella sua vita. Eppure Marello non aveva smesso di frequentare gli amici, di interessarsi alle iniziative cittadine e di occuparsi della carrozzeria. Non intendeva chiudere l’attività anche per una ragione che dice molto del suo carattere: sentiva una responsabilità personale verso i dipendenti che avevano lavorato con lui per tanti anni. Il loro futuro, prima ancora delle proprie esigenze, continuava a preoccuparlo.

Marello assieme al sindaco Chiamparino in occasione del terzo concorso letterario intitolato al fratello Stefano

La solidarietà, del resto, non era mai stata per Angelo un’attività da esibire. Preferiva i gesti concreti, gli aiuti offerti senza clamore, la disponibilità a risolvere un problema o a mettere in contatto persone che potevano sostenersi reciprocamente. Nel corso degli anni aveva partecipato a raccolte benefiche, sostenuto iniziative sociali e collaborato con associazioni e realtà del volontariato torinese. La sua rete di conoscenze diventava spesso uno strumento per aiutare chi aveva bisogno. Ed era proprio questa naturale inclinazione a occuparsi degli altri a spiegare perché fosse conosciuto e apprezzato in ambienti tanto differenti.

Nel 2012 gli era stato assegnato il Premio San Giovanni, riconoscimento destinato a personalità che avevano contribuito a valorizzare il Piemonte. Fu in quell’occasione che il soprannome di “carrozziere con il cuore” acquistò particolare popolarità, diventando quasi un secondo nome. Nel giugno 2025 era arrivata anche la Civica Benemerenza della Città di Torino, consegnata nella Sala Rossa di Palazzo Civico. Un riconoscimento ufficiale a una vita spesa fra lavoro, sport, cultura e impegno sociale, che Angelo aveva accolto con la soddisfazione di chi si sentiva profondamente legato alla propria città.

La sua morte ha suscitato una partecipazione che testimonia quanto fosse ampio il mondo degli affetti costruito durante una vita intera. Il sindaco Stefano Lo Russo ne ricorda la generosità, l’attaccamento a Torino e l’impegno nella conservazione della memoria della Resistenza. Anche il presidente della Circoscrizione 7, Luca Deri, sottolinea il ruolo che Marello aveva saputo conquistarsi nel quartiere, diventando un punto di riferimento non soltanto professionale, ma soprattutto umano. Il mondo granata lo ha salutato con commozione, riconoscendo in lui uno dei suoi sostenitori più appassionati e un prezioso custode della propria storia.

Le esequie si terranno sabato 17 ottobre presso la Casa funeraria Memoria, in lungo Dora Colletta, dove amici, familiari e tanti torinesi si ritroveranno per accompagnarlo nell’ultimo viaggio. Dopo la cerimonia, la tumulazione a Canelli, accanto alla moglie Angela. A tutti resterà il ricordo di un uomo che aveva saputo attraversare il Novecento senza smarrire i valori della propria giovinezza, mantenendo una curiosità inesauribile verso il presente. Di Angelo Marello mancheranno il sorriso, le telefonate, le conversazioni interminabili, la capacità di mettere a proprio agio chiunque entrasse nella sua officina. Mancherà soprattutto quel modo tutto suo di sentirsi responsabile degli altri, di considerare l’amicizia un impegno e non una semplice parola.

La Torino che Angelo aveva conosciuto da ragazzo è profondamente cambiata. Sono scomparse molte botteghe, si sono trasformati i quartieri e si sono allentati tanti rapporti di vicinato che un tempo scandivano la vita quotidiana. Lui era rimasto fedele a quel mondo, non per nostalgia, ma perché continuava a credere nel valore delle relazioni umane. E forse è proprio questa l’eredità più importante che lascia: aver dimostrato, con novantadue anni di vita, che per essere ricordati con affetto non occorrono ricchezze, titoli o imprese eccezionali. Basta, qualche volta, saper trovare il tempo per gli altri.

Piero Abrate

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