LINGUA PIEMONTESESTORIE DA RACCONTARE

Rabadan, Bataclan, Ambaradan, Rataplan: parole piemontesi (e non solo) le cui radici affondano nella storia


Dalla Guerra d’Etiopia al Carnevale di Bellinzona, la genesi di curiosi vocaboli quasi dimenticati

Ci sono parole a suo tempo entrate nel lessico piemontese (e non solo piemontese) che rischiano di uscirne per sempre, sepolte nell’oblio. Eppure, ognuna di esse, ha una etimologia curiosa, persino storica, e sarebbe un peccato  se si estinguessero per sempre.

Tra queste, ci sono sicuramente questi termini, dal suono arcano e un po’ arabeggiante: rabadan, bataclan, ambaradan, rataplan.

A leggerli uno di seguito all’altro, sembra quasi di recitare una formula magica, oppure di ripetere una di quelle “conte” cantalenanti che si facevano da ragazzini per stabilire a chi toccava “stare sotto” quando si giocava a nascondersi, e terminavano quasi tutte con queste parole: “…stai proprio sotto… tu!”.

E invece, l’abbiamo già accennato, ognuna di esse ha una ragione di essere, e c’è un motivo per cui risuonano proprio così.

Se si dicesse a qualcuno: “It ses pròpi ‘n rabadan!”,  costui avrebbe tutte le ragioni di offendersi.  Essere un rabadan, significa infatti essere un catorcio, uno scarto, un oggetto senza valore, decisamente inutile e da buttare. Sentirselo dire, sia pur con tono scherzoso, non è davvero il massimo dei complimenti. La frase diventa assolutamente ingiuriosa e deprecabile se rivolta con disprezzo ad una persona anziana o con problemi di salute.

C’è anche un’altra accezione in cui può essere usato questo termine: quando si vuole esprimere una situazione di caos, di confusione, di suoni e schiamazzi ripetuti, in un clima di diffusa e spensierata allegria: una fiera, una carnevalata, insomma.

Un esempio: “Che ’d gent ch’ a-i era ier a la Fera ’d Civass: uhhh! Un furmijé! Un rabadan!” (Quanta gente c’era alla Fiera di Chivasso: uhhh! Un formicaio! Un gran caos!).

Una sfilati di carri allegorici e di Gruppi folkloristici al Carnevale di Belllinzona, detto il “Rabadan”

Ed è proprio in uno storico Carnevale che è da ricercare l’autentica etimologia di questo vocabolo, presente peraltro anche nel lessico lombardo.  Il rabadan, infatti, è il popolare Carnevale di Bellinzona, uno dei più importanti della Svizzera, e sicuramente il più rinomato del Canton Ticino; si protrae ogni anno per sei giorni e sei notti, e risale agli ultimi decenni del Settecento. Vi partecipano gruppi popolari,  carri allegorici, sfilate di maschere regionali, al suono di tamburi e al lancio di manciate di coriandoli multicolori. “Pì rabadan che parèj!” (Più rabadan che così!)…

Il termine bataclan può essere considerato quasi un sinonimo di rabadan, nella seconda delle sue accezioni sopra ricordate, ma risulta di un registro più forte. È un termine onomatopeico, risalente al Settecento, presente anche nei dialetti della Piccardia: s’ispira al rumore impetuoso, tambureggiante e incontenibile dei più sfrenati tumulti. Se il vocabolo rabadan si addice ad una folla che sta folleggiando o festeggiando una ricorrenza, il termine bataclan, invece, si riferisce a un contesto di popolo nel vortice di una incontrollata protesta o di una violenta rivoluzione.

Il Teatro Bataclan, Parigi, Boulevard Voltaire

Esiste un’operetta, composta nel 1855 da Jacques Offenbach intitolata Ba-ta-clan, e Bataclan è anche il nome di un noto Teatro parigino, inaugurato nel 1865.

Il 13 Dicembre 2015, la Sala Concerti di questo Teatro, è stata al centro di un sanguinoso e terribile attacco terroristico di origine islamista rivendicato dall’Isis.

Il termine bataclan può anche essere usato come alternativo alle espressioni “… e via fòrt, …ecétera” (in italiano: …e via dicendo, …e capre e cavoli), come in questo caso: “Saba i son andàit an montagna, e son portame dapress maje, majon, causseton ëd lan-a, scarpon e… tut ël bataclan” (Sabato sono andato in montagna, e mi sono portato dietro maglie, maglioni, calzettoni di lana, scarponi… e campagnia bella).

Veniamo ora al termine Ambaradan.  

Dove, come, quando e perché è nata questa parola?

È il 15 Febbraio del 1936 quando il Regio Esercito Italiano, in Etiopia, sullo slancio d’una tanto azzardata  quanto ambiziosa politica espansionistica coloniale di regime, sulle alture del massiccio montuoso dell’Amba Aradam, prova a piegare la resistenza delle truppe etiopi.  Si avvale anche del sostegno di truppe mercenarie locali, pronte però a passare da una fazione all’altra, a seconda della cifra offerta dalla controparte. Difficile, nella violenza degli scontri incrociati che imperversano, capire persino contro chi si stia combattendo, tra fuoco amico e fuoco nemico.  L’Esercito Italiano, guidato da Pietro Badoglio, alla fine ha la meglio. Ma fu una strage per entrambi i contendenti. La ferocia di quegli scontri restò impressa nella memoria dei superstiti italiani, che coniarono appunto l’espressione “un Amba Radam” (che poi si trasformò in Ambaradan) per descrivere il contesto cruento e spietato di quella battaglia.  Solo nel 1996, con la desecretazione dei documenti altamente riservati conservati negli Archivi militari, venne svelato che contro le truppe dell’imperatore d’Etiopia deposto, Hailé Selassié,  guidate dal ras Mulughietà il Regio Esercitoaveva fatto ricorso ad armi chimiche, rigorosamente proibite dalla Convenzione di Ginevra.

Due titoli sui quotidiani dell’epoca, dedicati alla battaglia dell’Amba Aradam (19 Febbraio 1936)

Il termine “ambaradan”, tuttora presente nella Lingua piemontese (e non solo), per quanto meno frequente di un tempo, continua ad essere usato nell’accezione di contesto generale confuso, caotico. Ha un significato che in parte è simile a quello dei due vocaboli precedenti fin qui esaminati, quando lo si usi nel senso di confusione, disordine, o di coacervo di cose e persone, ma si addice soprattutto a descrivere una situazione estremamente critica, dai risvolti imprevedibili.

Passiamo infine al quarto termine della serie, Rataplan. Anche questo vocabolo ha una genesi onomatopeica, che vuole richiamare il rullo dei tamburi, che a sua volta richiama un contesto di parata, generalmente in occasione di una ricorrenza, una vittoria, oppure la celebrazione di un’impresa gloriosa. Il termine può anche indicare il rombo di un motore, o quello di un compolesso macchinario in movimento.  Nell’opera La Forza del Destino, Giuseppe Verdi inserisce il coro “Rataplan rataplan, della gloria”.  Il cantautore Angelo Branduardi  nel 2012 ha composto un single intitolato “Rataplan”. Il cantautore piemontese Gipo Farassino, dal canto suo, ha scritto una canzone, Ij marsian, in cui l’artista racconta di aver incontrato “Trantetré dischi volanti ch’a fasìo: rataplan, rataplan… “.

(Sergio Donna)

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, Sergio Donna è Presidente dell’Associazione di volontariato culturale Monginevro Cultura. È autore di romanzi, saggi e poesie, in Lingua italiana e piemontese. Appassionato di storia e cultura del Piemonte, in collaborazione con altri studiosi e giornalisti del territorio ha pubblicato le monografie “Torèt, le fontanelle verdi di Torino”, “Portoni di Palazzi torinesi”, “Chiese, Campanili & Campane di Torino”, “Giardini di Torino”, “Fontane di Torino”, “Statue di Torino”, “Ponti di Torino" e "Caffè e Locali storici di Torino”. Tra le sue raccolte poetiche, ricordiamo “Lines”, “Laeta Carmina”, “Sonetti”, "Metrica | mente" e “Kairos” (in Lingua Italiana), e “Cerea” e “Tóira e ritória” (in Lingua piemontese). Al suo attivo, anche una raccolta bilingue (italiano e piemontese) in quattro volumi di 400 poesie brevi di stile giapponese, dal titolo "Ciameje nen haiku | Non chiamateli haiku”. Ha scritto inoltre i romanzi “Il trionfo della bandiera” e “Lo scudetto revocato”. Come giornalista, ha collaborato diversi anni con il quotidiano on line “Piemonte Top News” e con la rivista “Torino Storia”. Attualmente scrive per il quotidiano on line “Storie Piemontesi”, per i mensili “Vagienna” e “Piemontèis Ancheuj” e per il periodico “Savej”. È fondatore dei Premi Letterari Internazionali “Lampi di Poesia | Slussi ’d Poesìa”, “Jucunde docet” e “Poesia Granata”, per poesie e racconti in Lingua italiana e Lingua piemontese. È anche Autore di testi di canzoni in piemontese, musicate da noti chansonnier del territorio, ed è docente di Lingua e Letteratura Piemontese all’Unitre di Torino e di altre Sedi decentrate. Per Monginevro Cultura, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali dell’ “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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