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Druento, il paese delle acque

Druento affonda le sue radici in un territorio dove l’acqua ha sempre dettato le regole. Prima ancora che esistesse un vero insediamento, qui scorrevano torrenti, si formavano paludi stagionali, si aprivano risorgive che rendevano la terra fertile e allo stesso tempo difficile da abitare. D’altro canto il suo nome deriverebbe dal celtico Dòir, corso d’acqua, nome che ancora oggi è attribuito ai fiumi Dora Baltea e Dora Riparia. Due corsi d’acqua che ancora oggi segnano il paesaggio, il Ceronda e il Casternone, hanno inciso per secoli il suolo, creando un ambiente ricco ma instabile, accompagnati da corsi d’acqua minori, come il rio Fellone. Non stupisce che il nome stesso del paese richiami antiche parole legate ai fiumi: Druento è, da sempre, un luogo d’acqua.

Uno dei corsi d'acqua di Druento

Le prime tracce documentarie risalgono al Medioevo, quando il territorio era controllato da famiglie nobili che dominavano l’accesso alla pianura torinese. Ma il nucleo vero e proprio del paese prese forma solo nel XIII secolo, nel 1263, in particolare, quando alcune comunità decisero di spostarsi su un’altura più sicura. Le piene del Ceronda erano frequenti e violente e vivere troppo vicino al torrente significava rischiare di restare isolati o perdere raccolti e abitazioni. La scelta di un terreno più elevato, asciutto e difendibile segnò la nascita del primo borgo, con un piccolo castello e una chiesa che divennero il cuore della vita comunitaria.

L’acqua, però, non era soltanto un pericolo. Era anche la risorsa che permetteva di coltivare, allevare, far funzionare mulini e officine. Quando, tra tardo Medioevo ed età moderna, una lunga fase di siccità mise in difficoltà la popolazione, gli abitanti reagirono costruendo un canale artificiale che convogliasse l’acqua dove serviva. Questo intervento cambiò il destino del paese, i campi divennero più produttivi, comparvero nuove attività e Druento iniziò a sviluppare una propria identità economica.

Ma come avvenne? I navigli di Druento, un sistema di canali artificiali non erano navigabili come quelli lombardi, erano canali d’irrigazione e di servizio, pensati per distribuire l’acqua in modo regolare e costante. Il Ceronda, che mantiene una portata sorprendentemente stabile anche nei mesi estivi, era il punto di presa ideale. Da qui partiva un canale principale che correva parallelo al torrente, leggermente rialzato rispetto ai campi, in modo da poter alimentare per caduta una rete di rogge minori.

Il funzionamento era semplice e ingegnoso: l’acqua veniva deviata tramite una paratoia in legno, scorreva nel canale maestro e poi si distribuiva in una serie di derivazioni che raggiungevano prati, orti, cascine e mulini. Ogni tratto aveva una funzione precisa, alcuni segmenti servivano a mantenere umidi i terreni più aridi, altri alimentavano vasche di raccolta, altri ancora davano forza motrice a piccole attività artigianali.

La manutenzione dei navigli era un compito collettivo. Ogni famiglia aveva l’obbligo di pulire un tratto, rimuovere sedimenti, riparare le sponde, controllare le chiuse. Era un lavoro stagionale, regolato da consuetudini antiche, che trasformava il sistema idraulico in una vera infrastruttura comunitaria. Senza questa rete di canali, Druento avrebbe sofferto la siccità estiva e non avrebbe potuto sostenere la sua economia agricola.

Questo sistema aveva anche una funzione di regimazione delle acque. Durante le piene del Ceronda, parte dell’acqua veniva deviata nei canali, riducendo la pressione sul corso principale e distribuendo l’eccesso nei prati e nelle zone umide. Questo contribuiva a limitare i danni delle esondazioni, anche se non poteva evitarli del tutto.

Una parte importante del sistema idraulico correva lungo i margini dell’area oggi compresa nel Parco La Mandria. Qui i canali alimentavano stagni, fossi e prati umidi che ancora oggi caratterizzano il paesaggio del parco.

Oggi i navigli non funzionano più come un tempo, alcuni tratti sono interrati, altri ridotti a fossi agricoli. Ma la loro impronta è ancora leggibile, e soprattutto racconta una storia particolare, quella di una comunità che, per secoli, ha saputo trasformare un territorio difficile in un sistema equilibrato, fertile e produttivo.

La storia di Druento è, in fondo, la storia di una comunità che ha imparato a convivere con un ambiente potente e mutevole. Le acque che un tempo minacciavano il borgo sono le stesse che hanno reso possibile la sua crescita. Oggi, tra il centro storico, le aree moderne e il grande corridoio verde della Mandria, Druento conserva la memoria di un luogo nato dall’acqua e capace di trasformare ogni sfida naturale in una nuova forma di equilibrio, forse anche quello di essere diventato una sorta di periferia verde della grande metropoli, dove si rifugiano coloro che fuggono dalla città ormai diventata troppo inquinata e rumorosa.

Katia Bernacci

Katia Bernacci, giornalista pubblicista, saggista e ricercatrice indipendente, è attualmente direttrice editoriale della casa editrice Yume. Da anni si occupa di divulgazione in ambito culturale.

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