
La squartatrice di Chivasso: il delitto Sedita del 1962
CHIVASSO. Il 21 settembre 1962 — è la data riportata da diverse cronache locali, mentre altre ricostruzioni anticipano il ritrovamento al giorno precedente — a San Lazzaro, frazione di Sale Langhe, nei pressi di Ceva, vengono scoperte due grosse valigie abbandonate vicino alla diga di una segheria. La macabra scoperta avviene quasi per caso. La segheria di Carlo Mozzone è rimasta senz’acqua e il proprietario manda un giovane lavorante a controllare la paratoia. Il ragazzo torna dicendo di avere visto due valigie. Mozzone va a controllare personalmente e da una di esse scorge spuntare un piede umano. Vengono chiamati i carabinieri. Dentro i due bagagli c’è un uomo decapitato e fatto a pezzi. io di uno dei casi di cronaca nera più impressionanti del Piemonte degli anni Sessanta, quello che i giornali chiameranno anche il «delitto di Ceva» e che rimarrà per decenni nella memoria di Chivasso.
La vittima viene identificata in Ignazio Sedita, 28 anni, siciliano, venditore ambulante di stoffe con precedenti penali. Era uscito da pochi giorni dal carcere di Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento, dopo una condanna legata anche a una rapina commessa a Empoli nel 1959. A Chivasso viveva la moglie Lucia Montalbano, poco più che ventenne, originaria di Caltabellotta, nell’Agrigentino. I due si erano sposati dopo una «fuitina», quando Lucia era ancora molto giovane. itava con la madre Francesca Trapani e numerosi fratelli in una modesta porzione di cascina all’inizio di via Cappuccini, al numero 1. Francesca, rimasta vedova, aveva otto figli. Era una delle tante famiglie siciliane trasferitesi nel Torinese negli anni del boom economico, quando Chivasso, come Torino e i comuni della cintura, stava cambiando rapidamente volto sotto la spinta dell’industrializzazione e dell’immigrazione interna. Le cronache del 1962 descrissero quell’ambiente con toni spesso durissimi e carichi di stereotipi verso i nuovi arrivati dal Mezzogiorno: un aspetto che le ricostruzioni più recenti invitano a tenere distinto dai fatti giudiziari. la detenzione di Sedita, Lucia aveva intrecciato una relazione con Giuseppe La Bella, diciassettenne e suo cugino primo. Sedita ne sarebbe venuto a conoscenza già in carcere. Il 19 settembre raggiunge Chivasso e si presenta a casa dei Montalbano. Quella sera si cena tutti insieme, ma l’atmosfera diventa presto pesante. Secondo quanto emergerà nei successivi interrogatori, Sedita deride Francesco e Paolo, fratelli di Lucia che lavoravano come manovali, e annuncia che non intende guadagnarsi da vivere facendo lavori faticosi: sarebbe stata la moglie, dice, a procurargli il denaro prostituendosi. Poi accusa apertamente La Bella di avere una relazione con lei. he accade nelle ore successive sarà oggetto di versioni contrastanti per anni. Sedita viene ucciso nell’abitazione. Il corpo viene quindi smembrato e sistemato in due grosse valigie di cartone, legate con una corda.
A mezzogiorno del 20 settembre davanti alla cascina arriva un taxi. L’autista si chiama Felice Avagnina. Vede Lucia e Giuseppe scendere faticosamente la scala esterna portando i due pesanti bagagli e li sistema nel baule. Durante il viaggio i due appaiono nervosi. La Bella fa fermare più volte l’auto per controllare le valigie. A un certo punto dal bagagliaio cola un liquido rossastro, che viene asciugato con fogli di giornale. Alla domanda dell’autista, i passeggeri spiegano che nelle valigie trasportano del vino e che una bottiglia si deve essere rotta. ella zona di San Lazzaro, La Bella fa nuovamente fermare il taxi, scarica i due bagagli e si allontana. Poco dopo torna senza valigie. La corsa, compreso il ritorno verso Chivasso, costa 18 mila lire, una somma tutt’altro che trascurabile nel 1962. Quando sui giornali compare la notizia del cadavere fatto a pezzi, Avagnina riconosce nella descrizione molti particolari di quel viaggio e si presenta ai carabinieri. La sua testimonianza diventa uno degli elementi decisivi per risalire rapidamente alla casa di via Cappuccini. ini attraversano allora una fase convulsa. Il 22 settembre Lucia Montalbano e Giuseppe La Bella ammettono agli inquirenti di avere partecipato al delitto e allo smembramento, ma indicano come autore materiale dell’uccisione Francesco Montalbano, fratello diciassettenne della donna. La Bella viene interrogato anche nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino. Poche ore dopo cominciano però ritrattazioni e nuove versioni, con le responsabilità che vengono spostate di volta in volta da un componente della famiglia all’altro.
La cascina di via Cappuccini fornisce alcuni elementi utili. Le cronache dell’epoca riferiscono del ritrovamento di un paio di forbici da barbiere considerate dagli investigatori possibile arma del delitto e, sotto una finestra, di un rasoio sporco di sangue. Altre ricostruzioni attribuiranno a La Bella l’uso di una roncola e del rasoio per sezionare e rendere più difficile il riconoscimento della salma. Sono particolari che mostrano anche quanto, nei primi giorni, fosse ancora incerta la ricostruzione della dinamica. Invece abbastanza rapidamente le ipotesi più clamorose circolate nelle prime ore. Il fatto che Sedita fosse siciliano e pregiudicato fa pensare inizialmente a un regolamento di conti; l’efferatezza dello smembramento alimenta altre congetture. La pista destinata a prevalere è quella di un delitto maturato all’interno della famiglia, sullo sfondo della relazione fra Lucia e il giovanissimo cugino e del tempestoso ritorno del marito.
Ma stabilire chi abbia materialmente ucciso Sedita e quale sia stato il ruolo di ciascuno si rivela assai più difficile. Le deposizioni cambiano continuamente. Francesco e gli altri fratelli di Lucia finiscono nell’inchiesta; perfino la madre Francesca Trapani viene chiamata a rispondere del trattamento riservato al cadavere. I fratelli saranno infine assolti dalle accuse per insufficienza di prove. da giudiziaria diventa un autentico labirinto. Nell’arco di undici anni si susseguono sette processi. In una delle prime sentenze Giuseppe La Bella viene riconosciuto come unico responsabile dell’omicidio e condannato a 23 anni; nei successivi gradi la pena viene rideterminata. L’8 marzo 1966 la Cassazione rende definitiva per lui una condanna a 17 anni di reclusione. Più tormentata è la posizione di Lucia Montalbano. In uno dei passaggi processuali viene condannata a 28 anni come corresponsabile dell’omicidio, ma la sentenza viene annullata. Dopo quattro anni trascorsi in detenzione preventiva e continui rinvii tra giudici di merito e Cassazione, il procedimento si conclude nel 1973 senza che venga provata la sua responsabilità nell’uccisione del marito. Per la donna la condanna definitiva sarà di sei anni, unicamente per l’occultamento e lo smembramento della salma.
Rimane invece la responsabilità per quanto avvenuto al cadavere dopo la morte. Quando torna definitivamente libera, dopo undici anni di vicende giudiziarie, commenta laconicamente di avere ormai pagato le eventuali colpe commesse. o questo tormentato epilogo a rendere impropria, almeno dal punto di vista giudiziario, l’etichetta che più di ogni altra accompagnerà Lucia Montalbano: «la squartatrice di Chivasso». Il soprannome, coniato e rilanciato dalla stampa, sopravvive infatti alle sentenze e finisce per identificare l’intero caso, nonostante l’unico condannato definitivamente per l’omicidio di Sedita sia Giuseppe La Bella. Viene
La vicenda entra immediatamente nell’immaginario della Torino nera degli anni Sessanta. La brutalità del ritrovamento, le due valigie di cartone, il taxi, il sangue scambiato per vino, la giovane moglie e il cugino diciassettenne offrono ai giornali una sequenza di particolari destinata a impressionare i lettori. A Sale Langhe l’arrivo di cronisti e curiosi sconvolge per giorni la tranquillità della frazione. Ancora sessant’anni dopo Fiorina Cora, una delle testimoni di quei giorni, ricordava l’impressione provocata dalla scoperta e l’improvvisa invasione dei giornalisti. sarà ripreso molti anni più tardi anche da Antonio De Vito, allora giovane cronista giudiziario de «l’Unità» e successivamente giornalista de «La Stampa». Nel volume L’uomo tagliato a pezzi. Delitti e processi dei “favolosi” anni Sessanta, pubblicato da Miraggi nel 2017, De Vito torna sulle grandi vicende discusse nella vecchia Corte d’Assise torinese di quegli anni, quando il Palazzo di Giustizia aveva ancora sede nella Curia Maxima di via Corte d’Appello. Il titolo stesso del libro richiama il delitto Sedita, rimasto uno dei casi più clamorosi della sua esperienza di cronista. sessant’anni di distanza, il delitto conserva anche un valore di documento sociale. Non perché l’immigrazione meridionale spieghi il crimine — come talvolta lasciavano intendere le cronache dell’epoca — ma perché quella storia si consuma dentro una Chivasso in rapidissima trasformazione, tra cascine che convivono con nuovi cantieri e fabbriche, famiglie appena arrivate dal Sud, lavori precari e un’integrazione ancora difficile.
Il «delitto delle valigie» racconta così non soltanto un omicidio feroce e un processo interminabile, ma anche il modo in cui l’Italia del boom guardava le proprie periferie e i nuovi abitanti che le stavano popolando.



