CRIMINI & MISFATTIPRIMO PIANO

Francesco Demichelis detto il Biondin, il bandito che divenne Robin Hood e Passatore insieme

Francesco Demichelis nacque il 16 marzo 1871 a Villanova Monferrato, in un Piemonte agricolo duro e povero dove il lavoro non concedeva tregua e la vita cominciava presto. La madre, Maria Mangiotti, era una mondina; il padre, Giuseppe, faceva il fornaio. Mestieri faticosi, segnati da orari disumani e da una sopravvivenza sempre in bilico. In quel mondo non esisteva un’infanzia protetta nel senso moderno del termine: si cresceva in fretta, si imparava a obbedire alla necessità e il lavoro non era una scelta, ma una condizione naturale dell’esistenza. Ancora giovane Francesco lavorò come cavallante e poi come conduttore di carri, mestiere che richiedeva forza, resistenza, sangue freddo e una conoscenza precisa del territorio. Viaggiava di notte, attraversava strade di campagna, sentieri fangosi, guadi, cascine isolate. Imparò a orientarsi nel buio, a distinguere un suono da un altro, a leggere il paesaggio come una mappa. Per via dei capelli chiari, tutti cominciarono a chiamarlo il Biondin, alla piemontese Biundin.

La svolta arrivò nella primavera del 1898, durante uno di quei trasporti notturni. Demichelis fu assalito da un uomo che con ogni probabilità voleva derubarlo. La dinamica non venne mai chiarita del tutto, ma una cosa è certa: Francesco reagì e uccise il suo aggressore. Non sapremo mai se fu paura, istinto di difesa o brutalità nata da un momento estremo. In altre circostanze quei fatti avrebbero forse potuto essere letti come legittima difesa. Ma nelle campagne di fine Ottocento il confine tra giustizia, vendetta e sospetto era spesso labile, in Biondin preferì fuggire.

Quella fuga fu il vero inizio della sua seconda vita. Una volta varcata la soglia che separa un uomo libero da un ricercato, tornare indietro diventa quasi impossibile. Dopo un periodo a vagare fra campagne e cascine, si unì alla banda di Luigi Fiando, detto il Moretto, figura già nota nel sottobosco criminale locale per furti, imboscate e traffici improvvisati.

Il brigantaggio del Nord non ebbe mai il carattere epico e politico di quello meridionale. Mancavano le grandi bande armate, le montagne come roccaforti, la retorica della resistenza postunitaria. Era piuttosto una criminalità di confine, legata alla miseria rurale, al contrabbando, alla piccola rapina, alla protezione offerta talvolta da una popolazione povera che verso l’autorità nutriva diffidenza più che rispetto. In questo contesto Demichelis si distinse presto, non tanto per ferocia quanto per stile.

Il Biondin colpiva perché appariva diverso dall’immagine consueta del bandito di campagna. Era curato, amava vestirsi bene, mostrava modi insolitamente garbati, quasi volesse tenere a distanza la rozzezza del mondo da cui proveniva. Le cronache dell’epoca insistono molto su questo aspetto: più che un brigante scarmigliato, sembrava un uomo che cercava di muoversi tra caffè e osterie cittadine come un viveur. Frequentava luoghi eleganti, passava con disinvoltura da Novara a Milano, si faceva notare non solo per l’audacia dei colpi ma per quella miscela di sicurezza, vanità e doppia identità che contribuì presto a costruirne la leggenda. Nel 1903 il Corriere della Sera lo descriveva come «il famoso bandito dall’occhio di lince e dall’astuzia felina», che con trucchi di prestigio e manovre acrobatiche si faceva amico dei contadini e amante delle ragazze locali, le quali lo aiutavano a sfuggire alle forze dell’ordine.

I furti non erano sempre clamorosi, ma frequenti e redditizi. La banda colpiva soprattutto merci nelle stazioni, treni fermi, botteghe e negozi, approfittando di un sistema ferroviario ancora esposto e di controlli deboli. A finire nel mirino erano anche commercianti benestanti e gioiellerie di provincia. Parte della refurtiva passava ai ricettatori, parte veniva spesa da Demichelis per mantenere il proprio stile di vita: acquistare abiti, ostentare eleganza, regalare gioielli alle donne che lo circondavano. Non era Robin Hood, non redistribuiva ricchezze, ma viveva di furti ricavandone soprattutto una forma di libertà individuale, l’illusione di sottrarsi per sempre alla disciplina del lavoro contadino.

Nel tempo, la sua notorietà crebbe. A Ferrera Erbognone (PV) e a Monticello Novarese ebbe due scontri a fuoco con i carabinieri. Nel secondo morì il Moretto; lo stesso Biondin fu ferito alla testa ma riuscì ugualmente a fuggire. Da quel momento la sua posizione si aggravò in modo definitivo. Processato in contumacia, fu condannato all’ergastolo e messo sotto taglia, vivo o morto. La sua storia era diventata quella di un uomo senza ritorno.

Seguì un periodo di latitanza in Emilia, dove la fantasia popolare lo accostò alla figura del Passatore, al secolo Stefano Pelloni, così chiamato per il mestiere di traghettatore del padre. E qualche giornalista lo fregiò del titolo di “Passator delle risaie”. E a lui questo appellativo non dispiacque. Una volta rientrato in Piemonte, decise di rifugiarsi nella Baraggia, territorio duro e selvatico fatto di brughiere, boschi intricati, sentieri nascosti e zone paludose. Zona che conosceva a menadito. Radunò attorno a sé una nuova banda che continuò a vagare. Talvolta facevano tappa nel Novarese, alla cascina nota come “la Canta”, dove si rifocillavano prima di riprendere il cammino.

Intanto, il mondo rurale piemontese era attraversato da tensioni profonde. Le mondine, sottoposte a un lavoro massacrante, stavano avviando lotte che avrebbero avuto un peso importante nella storia sociale italiana. Le campagne non erano immobili. Si muovevano rivendicazioni, risentimenti, speranze di riscatto. In quel clima il Biondin finì per incarnare, agli occhi di molti, una ribellione ambigua ma riconoscibile: non quella politica dei movimenti organizzati, bensì quella individuale e irregolare di chi sembrava sfidare i potenti e riusciva, almeno per un po’, a non pagare.

La sua fine arrivò proprio dentro quel mondo contadino che ne aveva alimentato il mito. La sera del 7 giugno 1905, alla cascina Campesio, la fisarmonica di Pidrot Savoia scandiva l’ultima mazurka. Demichelis, come d’abitudine, si era mischiato alla festa. Era lì con il suo amico Cesare De Maria. I carabinieri, avvertiti da qualcuno, fecero irruzione di colpo. Scoppiò il caos: qualcuno urlò, altri cercarono di fuggire. Il bandito tentò di aprirsi un varco nella risaia allagata. A inseguirlo fu il giovane carabiniere Raffaele Soverini. Il Biondin esplose alcuni colpi di pistola che colpirono il militare a un fianco e alla mano destra; il militare rispose al fuoco con la carabina d’ordinanza, colpendo il bandito al petto. L’immagine del suo corpo disteso nella risaia, immerso nell’acqua torbida, colpì profondamente l’immaginazione popolare. Più tardi Soverini dichiarò di non aver riconosciuto subito nel fuggitivo il famigerato bandito, ma di averlo creduto un banale delinquente in fuga. Quella risaia si chiama ancora oggi “la Biondina”.

Nelle tasche del Biondin, al momento della morte, furono trovate 25 lire e qualche altro centesimo, sette anelli di scarso valore, due orologi di cui uno in argento e un cavatappi. Il corredo di un uomo che aveva vissuto sull’orlo, tra feste e fughe, e che alla fine non aveva accumulato quasi nulla.

La notizia si diffuse in fretta. L’inviato del Corriere della Sera Arnaldo Fraccaroli scrisse che durante il funerale «il funebre equipaggio era preso letteralmente d’assalto dai contadini, che si arrampicavano sul carretto e scoprivano il cadavere ansiosi di vederlo». Nei giorni successivi molti si recavano in pellegrinaggio sul luogo della morte. Soverini venne premiato e celebrato per qualche tempo come eroe della cattura; il Biondin, invece, entrò definitivamente nella memoria collettiva.

Ma la sua morte ebbe anche un singolare e inquietante seguito scientifico, ed è qui che la vicenda tocca Torino. Cesare Lombroso, il più celebre criminologo italiano del tempo, era allora al culmine della fama. Docente universitario, aveva fondato nel 1876 un Museo di Antropologia Criminale che già raccoglieva centinaia di crani, cervelli e reperti anatomici strappati ai corpi di delinquenti e assassini. Il suo museo conteneva 684 crani e 27 resti scheletrici umani, 183 cervelli, oltre a strumenti di contenzione, corpi di reato, maschere mortuarie, fotografie di criminali e altri manufatti dell’epoca. Era, e resta, il museo di antropologia criminale più grande del mondo.

La teoria che Lombroso aveva costruito nel corso di trent’anni era semplice e radicale: il criminale non è un prodotto della società o della miseria, ma nasce tale. Il delitto è scritto nel corpo, leggibile nella conformazione del cranio, nella sporgenza della fronte, nella forma delle mascelle. Nei detenuti e nei criminali uccisi in conflitti con le forze dell’ordine, Lombroso cercava tratti somatici degenerati — dimensione asimmetrica del cranio, fronte bassa, mascella prominente, sopracciglia folte, occhi strabici, orecchie grandi, eccessiva lunghezza delle braccia — stigmate che a suo giudizio tradivano un ritorno atavico all’uomo primitivo. La sua opera principale, L’uomo delinquente, era stata pubblicata nel 1876 e aveva avuto enorme risonanza in tutta Europa. La sua illuminazione originaria era arrivata anni prima, dall’autopsia di un brigante calabrese, Giuseppe Villella: l’esame anatomico del cranio di Villella aveva rivelato a Lombroso un’anomalia classificata come “fossetta occipitale mediana”, che ai suoi occhi apparve come la prova di quanto andava cercando, il segno biologico della predisposizione al crimine.

Quando il Biondin morì nella risaia di Carisio, Lombroso chiese di poter esaminare il cranio e il cervello del brigante. La richiesta fu accolta. La testa fu spiccata dal corpo per estrarne il cervello, richiesto da Lombroso per dimostrare la sua teoria. Fu per questo che quando, oltre un secolo dopo, i resti del Biondin vennero riesumati nel cimitero di Carisio, tra le ossa mancava proprio il cranio.

L’esame, però, non andò come Lombroso sperava. Il caso Demichelis non offrì i risultati attesi: nei resoconti successivi non emersero anomalie tali da confermare la tesi di una criminalità inscritta nella biologia. Il Biondin aveva una conformazione cranica e tratti somatici che non rientravano nei parametri del “delinquente nato”. Era elegante nei lineamenti, aveva capelli chiari, modi garbati, uno sguardo vivace: nulla che assomigliasse al ritratto del criminale atavico con fronte bassa e mascella prominente che Lombroso andava cercando. Lo scienziato rimase deluso e il caso non venne mai citato tra le prove a sostegno delle sue teorie. Anzi, in un certo senso le smentiva: se il più famoso bandito del Nord Italia, quello su cui si era costruita un’intera mitologia popolare, non mostrava nessuno dei segni attesi, forse il crimine aveva radici più profonde, e meno comode, di quanto la biologia potesse spiegare.

Una serie di criminali catalogati da Lombroso

Era un colpo non da poco per una teoria già allora discussa. Lombroso sosteneva che tratti fisici come la forma del cranio indicassero una predisposizione innata al crimine; ma il Biondin, con il suo portamento elegante e il suo fascino da seduttore, incrinava quella certezza. Anche per questo la sua figura assunse, già allora, un valore che andava oltre la semplice cronaca: non soltanto bandito, ma caso vivente che smentiva una lettura troppo meccanica e deterministica del delitto.

Il tempo fece il resto. La tomba del Biondin rimase a lungo anonima, senza lapide né segni particolari, fino a rischiare di finire nell’ossario comune. Solo nel 2016, grazie al lavoro tenace dell’agricoltore Pier Emilio Calliera, che aveva dedicato anni a rintracciare i resti del brigante, la sepoltura venne ritrovata e identificata. Tra le ossa si trovò un anello che, nei racconti dei testimoni di quel giorno del 1905, non aveva potuto essere sfilato dalle dita del Biondin dopo la morte. La Pro Loco di Carisio acquistò un loculo, venne collocata una lapide e il nome del Biondin tornò a riemergere nel paesaggio delle risaie, non più come minaccia ma come frammento di memoria locale. Anche la fisarmonica di Pidrot Savoia, quella che aveva suonato l’ultima mazurka sull’aia del Campesio,  è sopravvissuta e viene ancora esibita nelle rievocazioni che periodicamente si tengono in paese.

Sicuramente, il Biondin appartiene a una zona di passaggio della storia piemontese, quando il mondo rurale cominciava a incrinarsi senza essere ancora stato sostituito da un altro ordine sociale. In lui si intrecciano povertà, mobilità, desiderio di riscatto, ribellione individuale, fascinazione urbana, cultura contadina e attrazione per una vita diversa. Non c’è nulla di politico nel suo percorso, ma c’è molto di sociale. Il suo banditismo non spiega soltanto un uomo: illumina un ambiente, un paesaggio, una stagione. Nella sua parabola si raccolse, per un momento, il lato irregolare di un mondo in trasformazione. Le comunità non ricordano soltanto ciò che le onora: ricordano anche ciò che le ha messe a disagio, ciò che ha incrinato il loro ordine. Il Biondin fu, per un attimo, quella crepa.

Piero Abrate

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